Per la prima volta per reati commessi a Latina, in Corte d'Appello l'accusa di mafia regge. Non era scontato. L'inchiesta Alba pontina, condotta dall'Antimafia e dai pubblici ministeri Luigia Spinelli, Barbara Zuin e Claudio De Lazzaro, è nata nel capoluogo quando gli investigatori della Squadra Mobile hanno acceso un faro sul clan Di Silvio. La conclusione di quell'indagine, una tra le più imponenti degli ultimi 20 anni sotto il profilo della criminalità organizzata, aveva portato a 24 arresti con l'accusa di associazione per delinquere e l'aggravante del metodo mafioso che per la prima volta veniva contestato nel capoluogo. «Un clan autoctono, senza legami con altre organizzazioni» è il profilo tracciato dagli analisti investigativi quando si sono imbattuti nelle carte dell'inchiesta. «Questa sentenza è importante perchè riconosce la bontà dell'azione investigativa - osserva il Procuratore Capo di Latina Giuseppe de Falco - quello che è stato affermato è importante e conferma che la criminalità di tipo autoctono è forte e adotta modalità di azione di organizzazioni criminali come l'intimidazione e l'omertà». La prima volta che gli inquirenti hanno contestato l'aggravante mafiosa è per l'estorsione ad un ristoratore di Sermoneta. Le parole dei magistrati Spinelli e De Lazzaro, gli stessi di Alba pontina, che avevano tratteggiato le modalità adottate dal clan in occasione di quella requisitoria di due anni fa, sono di fatto le stesse di Alba pontina. «Di fronte alla presenza dei Di Silvio nessuno si sarebbe rifiutato di pagare la somma di denaro e la loro presenza di fronte alla vittima era una questione di qualità». E poi ancora. «Ci troviamo davanti ad un precedente nuovo e per Latina questo comportamento non è stato mai riconosciuto, grazie alla forza, all'intimidazione, alla sudditanza da parte delle vittime». Anche in quel caso come per il processo in abbreviato di Alba pontina e quello in Corte d'Appello, la pubblica accusa aveva riscritto e analizzato sotto una nuova luce, la storia criminale di Latina, a partire dal 2010: una data storica e che ha fatto da spartiacque sotto il profilo criminale: dagli agguati, agli omicidi, fino agli arresti dell'operazione Andromeda dell'ottobre del 2010 dove le vittime del clan venivano portate nelle stalle e minacciate. Era stata una stagione giudiziaria che si era conclusa con Caronte, anche quell'operazione era stata portata a termine dalla Mobile e la sentenza è diventata definitiva. Adesso non resta che attendere le motivazioni della Corte d'Appello per comprendere il ragionamento dei magistrati che hanno lasciato integra l'accusa di mafia e hanno invece ridimensionato il traffico di stupefacenti in semplice spaccio. A rivelarsi importanti sono state le ricostruzioni offerte dai collaboratori di giustizia Riccardo e Pugliese che insieme ad altri elementi hanno portato l'inchiesta a mantenere intatto il quadro accusatorio e a superare il processo di secondo grado