Nel giro di appena quarantotto ore gli investigatori della Squadra Mobile hanno chiuso il cerchio sulla rapina messa a segno mercoledì sera nel negozio di alimentari GranRisparmio di strada Astura, vicino Borgo Santa Maria. Al termine di un'indagine lampo, sono finiti in carcere in stato di fermo Michele Di Bonito e Veronica Anzovino, rispettivamente di 48 e 33 anni, il primo esecutore materiale del colpo, che aveva fruttato appena trecento euro, la seconda sospettata di avere fatto da complice aspettando il compagno in auto, pronta per la fuga.

I poliziotti del vice questore Giuseppe Pontecorvo hanno sviluppato gli elementi raccolti in un primo momento dalle pattuglie della Squadra Volante. Perché se il bandito era entrato in azione col volto coperto da un passamontagna, lasciando trapelare pochi indizi, esclusivamente legati alla corporatura, le testimonianze più decisive erano emerse sul mezzo di fuga utilizzato e sul complice. Quella sera qualcuno aveva visto molto bene la macchina con la quale il rapinatore era scappato, una Hyundai Getz di colore grigio, e aveva avuto modo persino di annotare la targa. Oltretutto i testimoni avevano visto chiaramente che alla guida della vettura sedeva una donna.

Con elementi tanto dettagliati, le ricerche degli investigatori erano scattate nell'immediatezza dei fatti. I primi riscontri avevano consentito di appurare che l'utilitaria era intestata, per l'appunto, a una donna di Latina, la stessa Veronica Anzovino poi sottoposta a fermo, volto noto alle forze di polizia per reati connessi allo spaccio di droga. La sera della rapina, tuttavia, sia lei che l'automobile erano introvabili.
Nel frattempo erano entrati in azione i detective della Squadra Mobile che, nei giorni seguenti, non solo hanno rintracciato la donna sospettata di avere partecipato al colpo, ma sono riusciti anche a monitorare le sue frequentazioni per capire chi potesse essere l'uomo entrato nel market, mercoledì sera, col passamontagna calato sul volto e il taglierino in pugno. Così è saltato fuori il nome di Michele Di Bonito, noto anche lui agli investigatori, nonché residente nella zona di Acciarella, non lontano dal luogo della rapina: il suo nome era balzato agli onori della cronaca giusto dieci anni fa, quando venne arrestato per una piantagione di marijuana nascosta nel granturco coltivato nell'azienda di famiglia. Un profilo criminale minore rispetto al fratello, coinvolto qualche anno prima nell'inchiesta sulla strage di Duisburg legata alla faida di San Luca.