La sentenza adesso è diventata definitiva. I giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso presentato da un operaio di Latina di 48 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia. In primo grado il giudice Laura Matilde Campoli aveva assolto l'imputato, una sentenza ribaltata invece in Corte d'Appello quando i magistrati della terza sezione (lo scorso dicembre) avevano condannato l'imputato a sette anni di reclusione, rispetto ai cinque richiesti dal procuratore generale. Questa prospettazione è stata pienamente accolta mercoledì anche dalla Suprema Corte.
Sul banco degli imputati D.C., queste le sue iniziali, accusato di violenza sessuale. Agli atti del processo c'è anche una conversazione tra la figlia e il padre che è stata registrata e che ha avuto un peso nella decisione presa in camera di consiglio.

Nella telefonata l'uomo infatti chiede alla figlia di dimenticare il passato e alcuni ricordi e poi chiede perdono. C'è un particolare che risalta: più volte ha ripetuto la parola «Scusa».
Era stato il pubblico ministero Gregorio Capasso a condurre un'inchiesta molto delicata e seguita passo dopo passo dal Procuratore Aggiunto Carlo Lasperanza.
I fatti contestati nel capo di imputazione risalgono a Latina tra il 2002 e il 2009 e la denuncia della ragazza era stata presentata nel 2016. Quando due anni fa era stato assolto dalle accuse, il giudice non aveva ritenuto attendibili le dichiarazioni della giovane, una volta depositate le motivazioni era stata impugnata la sentenza in Appello dove il quadro processuale era completamente cambiato ed era stato stravolto. Una tesi condivisa anche dalla Suprema Corte.

Nel corso dell'ultimo atto del processo è stata una vera e propria battaglia tra accusa e difesa: i legali dell'imputato hanno sostenuto che la telefonata era inammissibile come prova e hanno puntato su un altro aspetto: in secondo grado non erano state considerate le attenuanti generiche per il proprio assistito.