Ci sarà una nuova appendice processuale. La Procura non molla e punta sull'aggravante del metodo mafioso, non in Alba Pontina o nelle altre inchieste nate dall'indagine madre, ma da un fascicolo del 2016 dove ai Di Silvio per la prima volta era stato contestato il vincolo mafioso. E' l'inchiesta di una estorsione ad un ristoratore di Sermoneta che si era conclusa in primo grado il 17 gennaio del 2019.

Dopo che sono state depositate le motivazioni dai giudici della Corte d'Appello di Roma che non avevano riconosciuto l'aggravante mafiosa a due componenti del clan per l'estorsione al ristoratore, la Procura ha presentato ricorso in Corte di Cassazione.

La data dell'udienza ancora non è stata fissata ma la scelta degli inquirenti e dei pubblici ministeri Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro, è quella di ribaltare la condanna di secondo grado quando i giudici della terza sezione della Corte d'Appello di Roma non avevano riconosciuto l'aggravante mafiosa nei confronti di Samuele Di Silvio e Ferdinando Di Silvio detto Pupetto, figli di Armando, imputati nel processo Alba Pontina. La vittima dell'estorsione dalle modalità mafiose - secondo i pm - era stato un ristoratore di Sermoneta.

In primo grado il collegio penale del Tribunale di Latina, presieduto dal giudice Gian Luca Soana, aveva condannato Ferdinando Pupetto Di Silvio a nove anni di reclusione e il fratello Samuele a otto anni e durante la requisitoria del processo il magistrato inquirente aveva ripercorso i fatti oggetto dell'indagine ma anche altri episodi per contestualizzare il livello della minaccia. «Di Silvio è un nome di qualità. - aveva detto il pm Spinelli in aula - bastava la sola presenza a fare paura».

Al centro di tutto una estorsione di 15mila euro che si era successivamente abbassata a 2mila euro e nell'inchiesta erano finiti anche Renato Pugliese e Riccardo Agostino che sono diventati poi collaboratori di giustizia. Anche in questo processo quello che hanno detto i pentiti ha avuto un peso.

«Di fronte alla presenza dei Di Silvio - aveva detto il magistrato Spinelli - nessuno si sarebbe rifiutato di pagare la somma di denaro e la loro presenza di fronte alla vittima era una questione di qualità». Come aveva sostenuto anche il suo collega Claudio De Lazzaro, per Latina quello del comportamento dalle modalità mafiose è un precedente nuovo. «C'era una forte sudditanza da parte delle vittime», aveva aggiunto il pm che aveva ripercorso anche un frammento della guerra criminale scoppiata a Latina nel 2010. Una parte di questa inchiesta che nel dicembre del 2016 aveva portato all'esecuzione delle misure restrittive è finita successivamente anche in Alba Pontina.