La linea comune è quella del silenzio per i principali indagati dell'inchiesta «Scarabeo». Con qualche eccezione. Negli interrogatori che si sono svolti ieri pomeriggio nel carcere di Frosinone e condotti per rogatoria dal giudice Palmieri tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, tranne Marco Capoccetta e Giuseppe Cotugno. Quest'ultimo, difeso dall'avvocato Gianfranco Testa ha risposto alle domande e negato gli addebiti più gravi, ossia di aver fatto parte dell'associazione guidata da Francesco Santangelo e volta alle contraffazione di documentazione utile ad ottenere prestiti, altrimenti non attuabili. Cotugno ha specificato che quella del credito e dei prestiti è la sua attività e che alcuni dei nominativi riportati nell'ordinanza non li ha mai sentiti. Circa la «raccomandazione» di un'infermiera con la mediazione di un politico di Formia, che risulta nell'elenco degli indagati, ha negato gli addebiti.
 All'esito dell'interrogatorio il legale di Cotugno ha chiesto la revoca della misura restrittiva della custodia cautelare in carcere o, in subordine, una misura più lieve. Il pubblico ministero Claudio De Lazzaro si è riservato ai fini del parere per la decisione del giudice. E ha risposto alle domande anche Marco Capoccetta, difeso da Roberto Filardi. L'uomo ha detto che la sua posizione era molto ridimensionata rispetto alle contestazioni.

La scelta del silenzio
Silenzio da parte di tutti gli altri indagati per i quali il gip ha disposto la custodia in carcere. A partire dal dipendente della Procura Francesco Santangelo, considerato il capo e l'ideatore del meccanismo di falsificazione degli atti per il credito oltre che di violazioni del segreto d'ufficio su inchieste della stessa Procura. Medesima scelta fatta da Sergio Andrea Di Barbora, Marco Scarselletti, Giorgio Vidali.
Tra le figure di un certo rilievo nel procedimento avviato nel 2018 dal procuratore aggiunto Lasperanza insieme ai sostituti De Lazzaro e Giammaria spicca quella di Sergio Andrea Di Barbora, già arrestato e condannato per rapina aggravata in danno dell'istituto di credito Banca dell'Etruria di Corso Matteotti a Latina.

Il «gancio»
Era lui il «gancio» tra Santangelo e un esponente della criminalità locale circa la richiesta di informazioni su alcuni procedimenti penali. Sempre Di Barbora viene descritto in atti come appartenente ad una banda «dedita stabilmente ad abusiva attività finanziaria e mediazione creditizia nonché frode alle società finanziarie capeggiata dal Santangelo e partecipata dai dipendenti di società finanziarie». In questo contesto avrebbe avuto un ruolo tecnico determinante Marco Scarselletti, in quanto esperto informatico.

Gli altri
Lunedì prossimo inizieranno gli interrogatori degli altri indagati a vario titolo in questa storia ma per i quali è stata applicata la misura restrittiva degli arresti domiciliari. Si tratta di figure per nulla di secondo piano che hanno avuto ruoli diversi ma comunque importanti per raggiungere i due scopi principali, ossia l'accesso a informazioni su indagini correnti e crediti non dovuti da società finanziarie «ingannate» con documentazione contraffatta. Sono sette gli indagati ai domiciliari: Nicola Natalizi, un poliziotto che in passato ha prestato servizio presso la stessa Procura della Repubblica di Latina, Serena Capponi, sua moglie, Giovanna Villani, Claudia Muccitelli, Loredana Mattoni, Serenella Mura, Fortunato Capasso.