Ha deposto un dirigente della Plasmon ieri in Tribunale a Latina nel processo per l'incidente sul lavoro avvenuto il 26 ottobre del 2012 nello stabilimento in cui aveva perso la vita Massimo Bigonzi, un giovane elettricista di Borgo Sabotino, folgorato mentre stava eseguendo dei lavori. Sono sei gli imputati, tra imprenditori, tecnici e dirigenti all'epoca dei fatti dell'azienda: Augusto D.C., Stefano C., Albisu L.I., Davide S., Claudio M, Sante G.., residenti tra Roma, Latina, La Spezia, Cisterna e Bilbao in Spagna. Sono accusati di omicidio colposo e di una serie di violazioni relative alle norme di sicurezza.

Il testimone delle difese ha sostenuto che il lavoratore era un elettricista molto esperto e che nell'azienda erano state rispettate tutte le procedure di sicurezza per la prevenzione degli incidenti, così come erano stati rispettati tutti i protocolli relativi alla valutazione di ogni minimo rischio. Secondo gli accertamenti dei carabinieri e del personale della Asl,  la vittima  sarebbe andata a cambiare la lampada al neon, senza però  i dispositivi di protezione e senza procedure di intervento concordate e fu trovata senza vita alcune ore dopo la tragedia. Nessuno si sarebbe accorto  - secondo quanto sostenuto dall'accusa - di quello che è avvenuto nei sotterranei dell'azienda dove Bigonzi per conto di una piccola azienda specializzata in lavori elettrici, esterna alla Plasmon, era andato a svolgere alcuni lavori di manutenzione.

L'elettricista sarebbe morto per una violenta scarica elettrica sprigionatasi dalla cabina dove era stato chiamato per svolgere dei lavori.  In sede di rinvio a giudizio che risale al febbraio del 2016, il pm Daria Monsurrò aveva contestato anche che nessuno  si fosse  preoccupato che durante l'esecuzione dei lavori, a causa delle caratteristiche del locale senza segnale telefonico, fosse presente una altra persona.