Sono fin troppi gli aspetti oscuri, e altrettanti ancora top secret perché al vaglio degli inquirenti, tra le pieghe delle due inchieste per gli omicidi di Erik D'Arienzo e Fabrizio Moretto, due fatti di sangue che hanno fin troppi punti in comune tra loro. Alcuni degli interrogativi principali stanno però iniziando a trovare qualche risposta, come i dubbi iniziali sulla morte del ventottenne trovato in fin di vita sulla statale Pontina, una sera di fine agosto, un giallo che l'amico "Pipistrello", freddato quattro mesi dopo con un colpo di pistola, aveva contribuito a complicare.
Ormai da più di un mese il medico legale Maria Cristina Setacci ha depositato la perizia per l'autopsia eseguita sulla salma di D'Arienzo. Stando alle indiscrezioni trapelate sinora, gli accertamenti avrebbero consentito di definire con chiarezza che le gravi ferite riportate dal ragazzo alla testa, sono compatibili con i colpi inferti da un oggetto contundente e non con la caduta da uno scooter come paventato da Fabrizio Moretto che quella sera diceva di averlo portato col proprio TMax Yamaha quando l'amico era saltato via accidentalmente dalla sella.
L'autopsia ha però chiarito un aspetto che finora non era emerso. Ossia che Erik D'Arienzo non è morto per le conseguenze dirette di quelle ferite, ma per le complicazioni polmonari legate alle sue condizioni di salute evidentemente compromesse in seguito al pestaggio. Dopo tutto non era chiaro quanto tempo, il ventottenne, fosse rimasto sul bordo della strada prima che venissero chiamati i soccorsi. Fatto sta che quella sera del 30 agosto, all'arrivo dei soccorritori, D'Arienzo aveva perso i sensi e una volta portato in ospedale, era stato ricoverato d'urgenza in terapia intensiva. Le attenzioni dei medici, però, non erano bastate per salvargli la vita: dopo una settimana di coma, per il ragazzo non c'era stato più niente da fare.