Per gli esercenti il 2021 si è aperto all'insegna di una rinnovata e profonda incertezza alimentata dalla dinamica dei contagi. L'impatto dell'emergenza è dovuto sia al calo della domanda sia al blocco imposto dalle restrizioni. E la situazione non migliorerà almeno in tempi brevi, anzi. Da sabato entrerà in vigore un nuovo Dpcm, in sostituzione di quello di dicembre che scadrà domani: nel Lazio con la conferma della zona gialla saranno evitate le misure più drastiche previste per le fasce arancioni e rosse, ma resterà comunque in vigore l'obbligo di chiudere alle 18 per tutti gli esercizi pubblici. Per adesso nulla cambierà.

«Eppure l'andamento della curva con l'impennata dei positivi registrata in questa prima parte di gennaio dimostra come la causa della diffusione del virus non sia il settore della ristorazione - ha tenuto a precisare Massimo Ceccarini, presidente dell'Isola che non c'è (l'associazione che raggruppa la gran parte dei locali della zona pub) e vice presidente di Confesercenti - Alla base del gran numero di contagi quindi non c'erano né la movida né le cene e neanche gli aperitivi nei bar. Le cause bisogna cercarle altrove».

A livello nazionale, intanto, si è fatta largo l'idea della "disobbedienza civile", fissata proprio per domani, vigilia dell'entrata in vigore del nuovo Dpcm che prevederà per bar e ristornati, sempre se non ci saranno misure ancora più restrittive, la proroga dello stop alle cene (sarà consentita la consegna a domicilio ai clienti e l'asporto, che però potrebbe essere vietato ai bar dopo le 18). L'intenzione di numerosi esercenti italiani è quella di protestare in maniera pacifica senza però trasgredire le norme: i clienti si siederanno ai tavoli ma non consumeranno, sarà quindi l'occasione per scattarsi una foto e solidarizzare con una categoria allo stremo. La rivolta viaggia sui social con gli hashtag #ioapro e #nonspengopiùlamiainsegna.

«La situazione è drammatica e i titolari degli esercizi pubblici sono in ginocchio - ha proseguito Massimo Ceccarini - Naturalmente parlo di quello che si vive a livello provinciale e in maniera più approfondita nel capoluogo: da noi non ci saranno manifestazioni né pacifiche né di altro genere. Servirebbe a poco. Adesso bisogna pensare ad altro. Stiamo affondando e c'è bisogno di un intervento immediato. Al di là di quanto sta facendo la politica a livello nazionale, sul nostro territorio ci sarebbe bisogno di un intervento concreto. Come? Riducendo al minimo, dove possibile, qualsiasi forma di tassazione. Si continua a lavorare a singhiozzo e in media si ottiene poco più di un 50 percento degli incassi standard che si ottengono in un periodo normale senza pandemia: soldi che non bastano nemmeno per pagare le spese. E i ristori quando arrivano non sono assolutamente sufficienti per arginare la caduta. Latina vive su un'economia circolare, non si basa sul turismo ma su un consumo quotidiano legato ai clienti pontini. Il problema è grandissimo e non avrà una breve soluzione, ma per non farci trovare impreparati c'è bisogno di una visione a lunga gittata, bisogna ragionare ora su come intervenire per permettere agli esercenti di poter riaprire, quando tutto questo sarà finito. Vi assicuro che una buona parte di titolari delle attività di Latina sono in ginocchio e stanno valutando seriamente la possibilità di non continuare. E' necessaria una prospettiva per l'immediato futuro. E non parlo soltanto nello specifico di esercizi pubblici ma di tutto l'indotto che comprende una quantità enorme di lavoratori ormai senza la forza economica per andare avanti. I debiti sono diventati tanti e invece di ridursi - ha concluso Massimo Ceccarini - aumentano. Rappresentiamo il 10 percento del Pil nazionale, va da sé che il danno sia grande. Parlare di economia in ginocchio, visto il momento, penso sia anche riduttivo: sarebbe più giusto parlare di esercenti sul lastrico».