Finora sono rimasti in silenzio nel rispetto delle indagini, ma dopo la pubblicazione delle prime rivelazioni rese da un collaboratore di giustizia e stando a quanto trapelato dagli ambienti inquirenti, hanno deciso di uscire allo scoperto i familiari di Antonio D'Onofrio, l'ispettore superiore di 58 anni trovato senza vita sul tetto della Questura, con un colpo di pistola alla tempia, la mattina di Natale di due anni fa. Lo fanno perché credono profondamente nella giustizia, ma invocano che venga fatta luce su una vicenda che ha fin troppi lati oscuri, scettici sulla pista del suicidio imboccata con decisione dall'inchiesta.

«Per la morte di Antonio si è parlato sin da subito di depressione, ma chi lo ha conosciuto sa benissimo che non era depresso - ci rivelano i suoi familiari - Tutti sanno il carattere che aveva e fisicamente stava bene, il problema di salute che aveva avuto era ampiamente superato. La verità è che non vedeva l'ora di godersi la pensione, non crediamo al fatto che soffrisse l'allontanamento improvviso dal suo incarico. Di certo non veniva trattato come un depresso sul luogo di lavoro, anche quando era in malattia e continuava a frequentare la Questura». A quel tempo, il numero uno della Polizia in terra pontina, era il dirigente superiore Carmine Belfiore che pochi mesi dopo lasciava Latina per il prestigioso incarico presso l'Ispettorato Generale del Senato.