La zona arancione nel Lazio imposta dall'ordinanza del ministero della Salute ha fatto ripiombare nello sconforto gli esercenti, costretti ad abbassare di nuovo le serrande dopo una settimana di apertura diurna che gli aveva permesso di lavorare almeno a pranzo e fino alle 18. Da oggi solo asporto per le attività di ristorazione, vietata dopo le 18 ai bar che non dispongono di una cucina per evitare aperitivi in strada. «Non è così che si ferma la diffusione del virus, non siamo noi il problema».

Hanno ribadito ancora una volta gli esercenti. «Il contagio non si riduce? Allora dovrebbero chiudere tutti come a marzo. Io vivo davanti ad una piazza – ci ha detto Andrea, titolare del Gambrinus in via Battisti, nella zona dei pub – E vi invito a venire sotto casa mia nel tardo pomeriggio, per restarci fino alle 10 della sera: ci sono centinaia di ragazzi che passano il tempo lì. Fermando le nostre attività non si obbligano i giovani a starsene a casa. Ma, invece, si permette loro di frequentare luoghi dove si può stare anche senza precauzioni».

Quello di Andrea è un po' il pensiero di tutti gli esercenti del centro. «Sono stato chiuso 25 giorni tra Natale e la Befana, mi è arrivata una bolletta dell'energia elettrica: pochi euro di consumo effettivo, ma ne devo pagare una montagna per le tasse - ci ha raccontato Antonio, titolare di Drinkete e Sdranghete - Siamo ai minimi storici. Invece di prevedere un piano di rientro ci stanno affondando». L'umore è pessimo lungo via Neghelli. Ma oltre alla rabbia, adesso, affiora in qualche modo anche la rassegnazione. «Siamo all'esaurimento delle forze, alla fine delle risorse - ci ha raccontato Andrea del Neghelli 11 - Non ci sono più alternative ormai. Si passa da una situazione ad un altra in poche ore, non si può più programmare nulla. Ma non si rendono conto che a livello sociale le persone un modo alternativo per passare il tempo lo trovano, come successo a Natale. Come si giustificano i contagi attuali con 2 settimane passate tra zona arancione e rossa? Semplice: non siamo noi il problema».