La sua lotta è durata 25 giorni. E ci è finito dentro quasi senza saperlo. Fino a quel momento conosceva il Sars-Cov-2, responsabile del Covid-19, un po' come tutti: ascoltando gli addetti ai lavori ai notiziari, leggendo i giornali e analizzando statistiche. Poi arrivò lo scorso 9 dicembre e il nuovo Coronavirus bussò anche alla sua porta: una leggera tosse, niente di trascendentale.

Un test rapido effettuato per scrupolo ma anche perché già programmato, nel frattempo, dall'azienda setina che fabbrica componenti per auto e in cui lavorano, oltre a lui, un centinaio di dipendenti. Il 56enne Santo Procopio, nativo di Caulonia (Reggio Calabria) e da anni trapiantato a Santi Cosma e Damiano insieme alla moglie e ai tre figli, da dirigente aziendale era tra quelli che nella ditta avevano deciso il controllo per tutto il personale prima delle festività natalizie. Non sapeva che la sorpresa più grande era proprio per lui. «A quel test risultai positivo - ricorda oggi - e la conferma arrivò dopo tre giorni dal successivo tampone molecolare. Pensai che forse avevo contratto il virus sul lavoro, o molto probabilmente per un contatto in treno nella tratta quotidiana da Formia a Sezze».

Sta di fatto che fu una bella doccia fredda per un uomo senza problemi di salute e con una semplice tosse come capita a tanti durante i mesi invernali. A quel punto, anche spinto dalla moglie che aveva già patito l'esperienza del nipote Fausto Russo, il 38enne personal trainer e preparatore atletico di Minturno che lottò contro il virus per oltre 40 giorni, la decisione di vederci chiaro con un ricovero. «Non ne sentivo la necessità ma decisi che era meglio farsi controllare in una struttura ospedaliera - spiega Santo -. Da qui il trasporto con l'ambulanza all'ospedale Goretti di Latina. Una volta giunti lì, dissi agli infermieri del 118 che potevo scendere da solo dal mezzo perché, a parte la tosse, mi sentivo bene. Mi bastò il loro sguardo per capire che era meglio se stavo zitto e buono sulla barella». Poi, quasi fosse entrato in un vortice, la tac, il ricovero nel reparto Malattie infettive, poi in Rianimazione e infine in terapia intensiva col casco Cpap. «Mi dissero che avevo una brutta polmonite e io guardai i medici come si guarderebbe un gruppo di alieni: stupefatto.

Polmonite? Eppure, sintomi o no, iniziò anche per me il calvario fatto di esami e pronazione per agevolare la respirazione. Con lo spettro dell'intubazione da evitare». La minaccia invisibile, quella che a distanza di un anno si continua a "sminuire" da più parti se non a negare, aveva colpito anche lui: «Non mi sentivo così grave per accettare a cuor leggero quel trattamento ospedaliero - sottolinea Santo -. Ma dopo cinque giorni, quando provai ad alzarmi dal letto per andare da solo al bagno, la stanza iniziò a girarmi intorno. E fu in quel momento che compresi che qualcosa non andava davvero e che era meglio affidarsi completamente alle mani dei medici e degli infermieri che ancora oggi ringrazio con tutto il cuore per il gran lavoro che svolgono. Senza di loro non so come avrei fatto. Mi aiutarono anche per comunicare con i miei famigliari». Il suo problema? Il valore di saturazione dell'ossigeno nel sangue.

Di solito si attesta tra il 97% e il 100%. In genere con l'età il limite di normalità si riduce, dal 99% del neonato al 92% dei settantenni. Livelli sino a 97-95% non sono preoccupanti, particolarmente in soggetti anziani o con patologie polmonari croniche. Un livello inferiore al 95-94% (ipossiemia) rappresenta invece un segno clinico importante. Santo aveva l'80%. «Oggi, a quanti ancora non credono a questa minaccia, dico che non bisogna prenderla sottogamba perché è maledettamente reale e pericolosa. Non dimenticherò mai chi, attorno a me, soffriva e moriva».