Non servono riscontri, bastano le rivelazioni dei collaboratori di giustizia. L'operazione Reset supera in toto lo scoglio del Riesame: il collegio dei giudici del Tribunale di Roma ha respinto tutti i ricorsi presentati dagli indagati dell'inchiesta che gli investigatori della Squadra Mobile hanno condotto sul gruppo Travali e sugli spalleggiatori di Angelo "Palletta" e soci. Una conferma costata il trasferimento di tutti i protagonisti in alta sicurezza, il regime carcerario destinato agli indagati sospettati dei reati commessi con l'aggravante del metodo mafioso.

Il responso è arrivato a distanza di due settimane dagli arresti disposti dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale capitolino, su richiesta della competente Direzione Distrettuale Antimafia, a carico di 19 soggetti indagati a vario titolo di reati che vanno dalle estorsioni al traffico di stupefacenti, appunto con l'aggravante di essersi avvalsi delle circostanze contemplate dall'articolo 416 bis del codice penale.

Una svolta, per la giustizia pontina, visto che per la prima volta i protagonisti di una stagione criminale piuttosto feroce come quella sgominata una prima volta nel 2015 dall'inchiesta Don't touch, sono stati trascinati dietro le sbarre quasi esclusivamente sulla base dei riscontri investigativi offerti dai collaboratori di giustizia. Se infatti, per quanto riguardano le estorsioni, una serie di conferme incontrovertibili sono arrivate dalle vittime, che hanno offerto la stessa ricostruzione dei fatti introdotta dai pentiti, per quanto concerne il traffico di sostanze stupefacenti le accuse si basano quasi esclusivamente sulle ricostruzioni offerte dai collaboranti Renato Pugliese e Agostino Riccardo.

È questo il frutto di un percorso giudiziario affrontato dai pentiti che hanno guadagnato credibilità, agli occhi degli inquirenti, un processo dopo l'altro. Al tempo stesso, però, questo sottolinea la fragilità della pubblica accusa: per alcuni degli indagati, le conferme ai sospetti maturati nel corso delle indagini sono arrivate soltanto in ambienti estranei a quelli frequentati dagli indagati e per alcuni di loro, oltretutto, dopo l'iscrizione sul registro degli indagati.  Perché se Gian Luca Ciprian è stato arrestato in Spagna per la gestione di quattro quintali di cocaina confermando il suo ruolo di importatore di polvere bianca, Luigi Ciarelli non è mai stato preso con carichi di hascisc come riferiscono i pentiti, sebbene nel frattempo sia finito a sua volta a giudizio per un carico di coca da ottanta chili intercettato al porto di Livorno. O persino il romeno Valeriu Cornici, sebbene siano stati accertati i suoi rapporti con Alessandro Zof, non è stato mai preso con una partita di marijuana, la sostanza stupefacente di cui i collaboratori di giustizia lo accusano di essere una sorta di monopolista nel mercato del capoluogo. Stesso vale per il setino Ermes Pellerani, consideurato sulla carta uno dei referenti su Sezze.

Oltre a loro, dietro le sbarre erano finiti gli stessi fratelli Angelo e Salvatore Travali, lo zio Costantino Cha Cha Di Silvio considerati i tre esponenti di spicco, la sorella dei primi due Valentina, unica ai domiciliari prima dell'aggravamento, il padre Giuseppe Travali, il cognato Francesco Viola, Alessandro Zof, Davide Alicastro, Cristian Battello di Aprilia, Fabio Benedetti di Cisterna, Antonio Giovannelli, Giovanni Ciaravino, Silvio Mascetti, Antonio Peluso e Alessandro Anzovino.