I suoi trascorsi con la giustizia e il legame con una delle famiglie più influenti del clan Di Silvio che gli è valso il coinvolgimento in un'indagine sulle estorsioni aggravate dal metodo mafiosi, sono costati l'interdittiva antimafia per Fabio Di Stefano detto il Siciliano, trentaduenne titolare del bar Perla Nera (soprannome della moglie) di viale Bruxelles. Il provvedimento è stato emesso dalla Prefettura di Latina proprio a carico della sua attività di somministrazione di alimenti e bevande e non comporta la chiusura del locale, ma una serie di limitazioni, specie nei rapporti con la pubblica amministrazione. Una sorta di marchio, che ad esempio impedisce all'esercente di accedere ai bonus statali previsti in questo periodo.

Il primo arresto eccellente, per Fabio Di Stefano, risale all'agosto del 2010, quando fu arrestato nell'ambito dell'operazione Lince, una delle inchieste scaturite dall'escalation di vendette e rappresaglie organizzate dai clan Di Silvio e Ciarelli, all'epoca alleati per contrastare e assoggettare le fazioni opposte. All'epoca poco più che ventenne, il siciliano di origini catanesi era organico al sodalizio di Campo Boario essendo il genero di Giuseppe Di Silvio detto Romolo, uno dei personaggi di spicco che tuttora è recluso per quella stagione di violenze, prime tra tutte l'omicidio di Fabio Buonamano. Senza dimenticare, oltretutto, che uno dei fratelli di Fabio Di Stefano è sposato con la sorella di Costantino detto Patatone, nipote di Romolo e come lui fautore dell'alleanza con i Ciarelli nella "guerra criminale" di quel periodo.

Coinvolto in un'altra inchiesta del 2016, sempre al fianco dei Di Silvio per casi di estorsione, di recente Fabio Di Stefano è finito tra gli indagati dell'operazione Movida Latina insieme, tra gli altri, ai cognati Antonio detto Patatino e Ferdinando detto Prosciutto. Quest'ultima indagine condotta dalla Squadra Mobile, ha svelato il tentativo del clan di Campo Boario di imporsi nuovamente con richieste di denaro e altre attività illecite e i magistrati della Dda, sostenuti dalle dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, sono riusciti a contestare l'aggravante del metodo mafioso nel campo delle estorsioni, specie con le richieste di pizzo.

Ma se il ruolo del Siciliano viene considerato secondario in occasione delle richieste di denaro alle vittime, sarebbe lo spaccio di stupefacenti il business di cui si occupa stabilmente, come riferito dai pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo e confermato di recente da Emilio Pietrobono, un corriere della droga che lavorava al suo servizio e ha deciso di collaborare con la giustizia dopo essere arrestato con un carico di cocaina. «Quando sono stato arrestato avevo 60 grammi di cocaina che dovevo trasportare all'abitazione di Ferdinando Di Silvio. L'incarico per effettuare tale trasporto mi era stato dato da Di Stefano Fabio e Di Silvio Ferdinando detto Prosciutto... - aveva dichiarato lo stesso Pietrobono, che ha poi aggiunto - Di Stefano Fabio comanda nel suo gruppo per la vendita di droga e con lui lavorano Franco, Di Silvio Ferdinando, Di Silvio Antonio e un ragazzo...».

Che gli affari vadano a gonfie vele, per la famiglia Di Stefano, catanesi trapiantati a Latina da molti anni, lo testimoniano le ville completamente abusive realizzate nelle campagne di Borgo San Michele sequestrate di recente da Questura e Polizia Locale.