Gloria Pompili è stata uccisa dalla violenza cieca, brutale dei suoi aguzzini che la costringevano a prostituirsi. È stata "vittima", forse, anche dell'indifferenza, della superficialità di chi avrebbe dovuto aiutarla a uscire da quel girone dantesco in cui era finita. Gloria è rimasta sola, lasciata inerme in mezzo al guado a combattere una battaglia che, alla fine, l'ha vista soccombere con la propria vita. È stata abbandonata, di fatto, anche da chi, istituzionalmente, i servizi sociali del Comune di Frosinone, avrebbe dovuto sostenerla.
Sarà la magistratura a fare chiarezza sull'operato di un'assistente sociale, denunciata dalla madre e dal fratello di Gloria Pompili (assistiti fin dall'inizio dagli avvocati Luigi Tozzi e Marco Maietta) che hanno chiesto ai carabinieri e alla Procura di accertare se vi siano o meno responsabilità da parte della dipendente comunale per le ipotesi di omissione di atti d'ufficio e per omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio.

Il comportamento dei servizi sociali del capoluogo ciociaro era già stato oggetto di pesanti censure da parte dei giudici di Latina del processo per l'omicidio della giovane consumato sulla statale dei Monti Lepini vicino Prossedi, giudizio che si è concluso, sia in primo, sia in secondo grado con la condanna di Saad Mohamed Elesh Salem e Loide Del Prete. Nelle motivazioni della sentenza della Prima Corte d'Assise d'Appello di Roma si legge, infatti, che «quanto ai servizi sociali di Frosinone a dir poco impressionanti risultano le dichiarazioni rese dall'assistente sociale che avrebbe dovuto occuparsi del benessere dei figli minori della parte offesa da cui emerge "che, in realtà, i servizi sociali hanno garantito solo una loro presenza formale, accettando e consentendo una situazione intollerabile di devastazione di una giovane ragazza e di inflizione di maltrattamenti e traumi a due bambini piccoli". Ebbene la "tolleranza" accordata dai servizi sociali, unitamente all'incapacità di altri soggetti vicini a Gloria di intervenire "hanno naturalmente accresciuto la forza violenta e minacciosa dei due imputati, non avendo Gloria alcuna possibilità di difesa dalla loro azione, vista l'inerzia di tutti coloro che la circondavano, anche di chi per ruolo istituzionale o familiare sarebbe dovuto intervenire"».

E poi ancora: «Quanto all'attività di prostituzione svolta in casa, è emerso che quando la parte offesa (Gloria Pompili, ndr) riceveva i clienti, l'imputata (Loide Del Prete, ndr) "si occupava" dei bambini portandoli via salvo poi "riconsegnarli a Gloria in cambio del denaro che questa aveva appena ricevuto", oppure mettendoli in una cesta appesa al balcone. Peraltro tale inquietante prassi, notata dalla moglie del proprietario dell'abitazione (dove viveva Gloria, ndr) veniva riferita dalla stessa ai servizi sociali del Comune di Frosinone, i quali ciononostante non intervenivano (l'assistente sociale con cui aveva parlato la donna si limitava a risponderle "fai una foto e portala qua")».