Le sue condizioni di salute sono incompatibili con il regime carcerario e per questo, da ieri sera, Francesco Viola è tornato a casa, agli arresti domiciliari. Il quarantenne di Latina, assistito dagli avvocati Giancarlo Vitelli e Alessia Righi, ha ottenuto infatti una misura cautelare meno afflittiva nell'ambito dell'inchiesta Reset che lo vede tra i principali indiziati, insieme ai cognati Angelo "Palletta" e Salvatore "Bula" Travali, per una lunga serie di estorsioni aggravate dal metodo mafioso.
Il provvedimento è stato adottato dallo stesso giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che aveva fatto proprio il quadro indiziario della Direzione Distrettuale Antimafia, adottando la custodia cautelare per diciannove degli indagati finito al centro dell'inchiesta condotta dalla Squadra Mobile su una serie di fatti rimasti a lungo sottaciuti sul sodalizio criminale sgominato nell'ottobre 2015 con l'operazione Don't touch. Un nuovo approfondimento investigativo, quello sfociato nell'inchiesta Reset, che ruota attorno alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo, attigui al contesto criminale capeggiato dai Travali e da Costantino Cha Cha Di Silvio fino ai loro arresti sei anni fa.

E tra i personaggi più bersagliati dalle rivelazioni dei pentiti, c'è sicuramente Francesco Viola, che ha mosso i primi passi negli ambienti della malavita proprio al fianco di Agostino Riccardo e con lui avrebbe continuato a macchiarsi di una serie di reati, spesso al di fuori dell'associazione per delinquere capeggiata dai cognati. Rispetto a quanto gli era stato contestato infatti nel processo scaturito dall'inchiesta Don't touch, Francesco Viola è finito nella nuova indagine per un'escalation di ritorsioni che avrebbe consumato nel corso degli anni: gli vengono attribuite ben 19 estorsioni, due episodi di usura e un episodio di cessione di sostanze stupefacenti, reati per i quali avrebbe fatto ricorso all'aggravante del metodo mafioso.

Fatti questi perlopiù introdotti dai collaboratori di giustizia, che in alcuni casi hanno persino fiancheggiato lo stesso Viola nell'azione di intimidazione delle vittime, che hanno puntualmente trovato conferma dalle testimonianze delle parti offese: se nessuno di loro aveva avuto il coraggio di sporgere denuncia all'epoca, hanno risposto alle domande gli investigatori che li hanno ascoltati nel corso delle indagini, fornendo ricostruzioni che si rispecchiano nelle rivelazioni dei pentiti. Oltretutto gli episodi contestati allo stesso Viola, sono centrali per la configurazione dell'aggravante del metodo mafioso, perché sottolineano l'assoggettamento dei comuni cittadini al cospetto delle richieste di denaro, come dei trattamenti di favore imposti dal gruppo Travali.