Gli indizi raccolti e proposti a sostegno del presunto coinvolgimento di Carlo Maricca e Fabrizio Marchetto nell'omicidio di Ferdinando Di Silvio non possono essere ritenuti sufficienti per contestare ai due indagati qualsivoglia responsabilità nella commissione dell'attentato del 9 luglio 2003 in seguito al quale perse la vita quello che all'epoca era considerato il leader della famiglia rom di Campo Boario.

I giudici del Tribunale del Riesame ai quali si era rivolta la Procura della Repubblica di Roma per impugnare il provvedimento con cui il Gip Andrea Fanelli aveva rigettato la richiesta di custodia cautelare nei confronti di Maricca e Marchetto ha smontato in venti pagine di motivazioni l'intero impianto accusatorio proposto dagli inquirenti dopo la riapertura di una indagine già archiviata nel 2012, liquidando tutto in maniera netta: «L'impianto accusatorio rivela la carenza di gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati poiché gli elementi acquisiti dopo la riapertura delle indagini avrebbero potuto semmai rappresentare, data la loro modesta valenza dimostrativa, il corredo narrativo di una diversa piattaforma indiziaria, composta da più incisivi elementi a carico del Maricca e del Marchetto, risultati invece mancanti nel caso di specie».

Il collegio presieduto dal giudice Maria Viscito ha analizzato uno per uno, cercando di offrirne una lettura organica, tutti gli elementi proposti dai pubblici ministeri che nell'autunno 2018, una volta raccolte le testimonianze dei due pentiti pontini Renato Pugliese e Agostino Riccardo, avevano deciso di riaprire le indagini sull'uccisione di Ferdinando Di Silvio.
Agli indizi raccolti dal pm Raffaella Falcione nel corso della prima indagine successiva ai fatti, cioè le accuse mosse dal Di Silvio poco prima di morire nei confronti di Maricca e Marchetto; le testimonianze raccolte tra i componenti della famiglia della vittima; le circostanze raccolte dalle intercettazioni ambientali nella stanza dell'ospedale dove era ricoverato Luca Troiani (cognato di Ferdinando Di Silvio) dopo essere stato ferito da Fabrizio Marchetto; i due incontri avvenuti nelle ore precedenti l'attentato del 9 luglio 2003 tra Ferdinando Di Silvio e Carlo Maricca, la Procura della Repubblica di Roma ha sostanzialmente aggiunto le dichiarazioni di Pugliese e Riccardo che riferiscono di aver appreso negli ambienti che frequentavano all'epoca dei fatti che la decisione di far saltare in aria l'automobile su cui si trovava il Di Silvio sarebbe stata ascrivibile al Maricca; la testimonianza di Gualtiero Sandri, amico di Luca Troiani, che avrebbe riferito di aver sentito dire da Luca De Luca, un imprenditore di Aprilia, che Carlo Maricca si sarebbe vantato con alcune persone di Aprilia attribuendosi la paternità dell'attentato al Lido di Latina; i contenuti di alcune intercettazioni ambientali nel corso delle quali Carlo Maricca parla dei suoi trascorsi e di un paio di omicidi irrisolti ma senza specificare quali.

Secondo il Riesame, gli elementi raccolti dal 2018 in poi non possono ritenersi idonei a modificare il quadro indiziario preesistente, non avendo un carattere realmente innovativo.
Intanto perché i due pentiti Pugliese e Riccardo nel 2003 avevano 16 anni il primo e 20 il secondo, e non erano inseriti in un contesto criminale vero e proprio, e dunque possono riferire soltanto circostanze apprese da terze persone. In secondo luogo, le circostanze riferite da Gualtiero Sandri sono state categoricamente smentite da Luca De Luca. Infine, le conversazioni intercettate nelle quali Maricca si sofferma con un amico a commentare notizie lette sui giornali locali a proposito della riapertura delle indagini sull'omicidio di Ferdinando Di Silvio, non consentono mai di poter rilevare una qualche responsabilità dello stesso Maricca nell'attentato di Capoportiere.