E' fissato per l'undici maggio in Corte di Cassazione il processo per la morte di Gloria Pompili, la 23enne massacrata di botte e uccisa davanti ai figli di 3 e 5 anni nell'agosto del 2017.

Sul banco degli imputati la zia di Gloria, Loide Del Prete e il compagno di lei, Saad Mohamed Elesh Salem. Una volta che i giudici della Corte d'Assise d'Appello hanno depositato le motivazioni, il collegio difensivo ha impugnato le condanne a 20 anni di reclusione con una lieve diminuzione rispetto ai 24 anni della Corte d'Assise di Latina. La donna era stata brutalmente picchiata in auto lungo il tragitto che da Nettuno porta a Frosinone e all'altezza di una piazzola di sosta, in prossimità di Prossedi, era morta. Le indagini dei carabinieri e del pm Luigia Spinelli avevano fatto subito luce sull'omicidio, sia la zia Loide che il compagno erano stati arrestati dai carabinieri subito dopo i fatti. Come è riportato nelle motivazioni della sentenza d'Appello, Gloria era stata vittima di un pestaggio «bestiale», rappresentava per i due imputati una macchina da soldi e soprattutto una persona di cui hanno approfittato per la sua ingenuità, «inducendola a prostituirsi sia in casa che in strada ed era diventata una fonte di guadagno». Agli atti del processo è finita anche la drammatica testimonianza di uno dei figli di Gloria Pompili, in auto la sera del 23 agosto del 2017, che aveva raccontato che «Zio Salem è cattivo e ha dato un sacco botte a mamma perchè voleva i soldi».

Dal processo di primo grado e anche nelle motivazioni della sentenza d'Appello, emerge un elemento rilevante nella storia umana di Gloria: oltre alla sua fragilità psicologica, spicca la solitudine di una ragazza di 23 anni, morta tra l'indifferenza di chi invece avrebbe dovuto aiutarla. «L'inerzia di tutti coloro che circondavano Gloria e di chi per un ruolo istituzionale o familiare sarebbe dovuto intervenire», hanno osservato i giudici. Sia la madre che il fratello di Gloria hanno presentato una denuncia contro un assistente sociale di Frosinone. La parola ora passa alla Procura che dovrà accertare eventuali responsabilità. Le ipotesi di reato su cui indagano i carabinieri, sono quelle di omissione di atti di ufficio e omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio. Intanto tra poco più di un mese a Roma il processo e la sentenza sarà definitiva.