Si sono svolti ieri mattina gli interrogatori dei due infermieri accusati di assenteismo. Un indagato, difeso dall'avvocato Giulio Mastrobattistam ha risposto alle domande e ha detto di essere innocente, spiegando che le condotte contestate erano funzionali alle sue mansioni e che doveva distribuire i dispositivi anti Covid 19 in provincia e in caso di un suo ritorno a Latina soltanto per timbrare, questo avrebbe procurato - ha riferito - un ingiusto danno all'ente.

La difesa ha prodotto anche una copiosa documentazione per scardinare l'impianto accusatorio e ha chiesto la revoca della misura sulla scorta della mancanza della gravità indiziaria. La parola dopo che il pm valuterà la richiesta, passerà al giudice che ha emesso il provvedimento. Si è invece avvalso della facoltà di non rispondere l'altro indagato, difeso dagli avvocati Tomasso e Cernese.
I due infermieri erano stati sospesi dal servizio per dieci mesi, alla luce di quello che era emerso nel corso di una indagine condotta dai carabinieri del Nas. I due operatori sanitari che hanno 54 e 60 anni, entrambi residenti a Terracina, devono rispondere di falsa attestazione continuata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Tra dicembre e gennaio i carabinieri del Nas, coordinati dal capitano Felice Egidio, hanno controllato i movimenti dei due uomini che sono stati pedinati con servizio mirati e sono stati presi in esame anche i tabulati telefonici

Secondo l'accusa i due infermieri si assentavano per motivi di natura personale: sono 58 gli episodi di assenze, di questi ventotto nei confronti del 54enne e trenta invece al 60enne. Questi elementi hanno portato poi la Procura e il Procuratore Giuseppe de Falco a chiedere l'applicazione di una misura interdittiva della sospensione dal pubblico servizio per entrambi e al sequestro preventivo, scattato ai fini della confisca, per il recupero dei ricavi illecitamente ottenuti dai due infermieri frodando il servizio sanitario regionale. Somme per un totale di 1533 euro.

Inoltre uno dei due indagati ricopriva il ruolo di responsabile di posizione organizzativa con funzioni di controllo sugli altri dipendenti della centrale operativa e sempre in base all'impianto accusatorio, certificava consapevolmente la falsa timbratura dell'altro dipendente anche lui finito sotto inchiesta. L'indagine è stata ribattezzata Trincea e alla fine i sospetti da parte degli investigatori si sono rivelati fondati. Intanto nelle prossime ore si conoscerà la decisione del giudice Giuseppe Molfese in merito alla richiesta presentata da uno dei due indagati.