Il dramma di Enza Berti, una donna di Sezze stroncata a 46 anni da un'emorragia cerebrale irreversibile, ha permesso di salvare cinque vite grazie alla donazione dei suoi organi autorizzata dai familiari. Un'operazione resa possibile grazie a un espianto che sintetizza la straordinarietà del lavoro portato avanti in questo periodo dagli operatori dell'ospedale Santa Maria Goretti di Latina e in particolare dall'equipe del Reparto di Rianimazione, medici e infermieri impegnati sul fronte della pandemia come nelle emergenze quotidiane.

La donazione degli organi è in realtà l'atto conclusivo di un processo tutt'altro che scontato. La prima fase è quella più impegnativa, perché coincide con l'arrivo del paziente in coma presso la Rianimazione: i primi sforzi compiuti dallo staff del dirigente Carmine Cosentino servono per sottoporre cure e trattamenti nella speranza di salvare la vita del paziente. Se il quadro clinico è compromesso e gli sforzi di medici e infermieri non bastano per cambiare il corso di una malattia, si innesca comunque una procedura necessaria per accertare la morte cerebrale.

Prima dell'espianto c'è il lavoro della commissione medica nominata dal direttore sanitario Sergio Parrocchia e composta da tre medici, ovvero da un rianimatore, da un componente della stessa direzione ospedaliera e da un neurologo. Sono loro, fungendo da commissione di garanzia, a monitorare il paziente per sei ore, lasso di tempo nel quale solo l'assenza di qualsiasi segnale di attività elettrica cerebrale porta alla constatazione del decesso. A questo punto vengono contattati i familiari: il prelievo degli organi viene autorizzato nel 60% dei casi e il paziente non viene scollegato subito dai macchinari per consentire l'espianto.

È in questa fase che viene instaurato un contatto, a cura della responsabile aziendale Annamaria Cacciotti, con il centro regionale trapianti e donazioni di organi e tessuti che a sua volta si confronta col centro nazionale per verificare la compatibilità degli organi con le liste dei pazienti in attesa di un organo. Una volta terminata anche questa fase, scattano le analisi propedeutiche al prelievo, eseguito dalle equipe infermieristica e di sala operatoria insieme ai chirurghi provenienti dai centri ospedalieri destinatari della donazione.

Un processo molto impegnativo nel suo complesso, questo, gestito da un reparto, la Rianimazione del Goretti, che come il resto dell'ospedale in questo periodo è oberato per la gestione della pandemia, ma assicura il massimo sforzo anche nel trattamento delle emergenze ordinarie. Il caso di Enza è altrettanto straordinario perché la coraggiosa scelta affrontata dai suoi congiunti ha permesso di salvare cinque vite: il cuore è stato donato a una ragazza ventiduenne in cura al Bambino Gesù dall'età pediatrica, mentre il fegato, una volta sezionato, ha permesso di effettuare due donazioni a un bambino di Bergamo e un adulto in cura a Tor Vergata, infine i reni sono andati a un altro paziente pediatrico del Bambino Gesù e un adulto sempre a Tor Vergata.