Hanno picchiato Gloria fino ad ucciderla. La sentenza è diventata definitiva. I giudici della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati e la condanna a venti anni e un mese di reclusione è stata confermata. Si è chiusa ieri pomeriggio la drammatica vicenda umana e giudiziaria di Gloria Pompili, la giovane frusinate di appena 23 anni, massacrata di botte davanti ai figli mentre era in auto all'altezza di Prossedi. Tornava da Nettuno, dove era costretta a prostituirsi, verso Frosinone dove abitava. Quella sera del 23 agosto del 2017 è morta così, sotto il peso della violenza. Loide Del Prete, zia della vittima e il convivente di lei all'epoca dei fatti, Saad Mohamed Elesh Salem, sono stati ritenuti responsabili di quel barbaro omicidio come è emerso anche dai riscontri medico-legali e dalle testimonianze del processo in Corte d'Assise. Ha retto l'impianto accusatorio della Procura di Latina e dell'Aggiunto Carlo Lasperanza, alla luce delle risultanze investigative dei carabinieri che avevano sviluppato una serie di elementi che hanno inchiodato i due imputati. Gli avvocati Marsiglia e Crialesi avevano impugnato la condanna cercando di scardinare le accuse che sono rimaste intatte. I familiari di Gloria sono rappresentati dagli avvocati Luigi Tozzi e Marco Maietta. Restano impresse le parole del presidente della Corte di Assise di Latina, Gian Luca Soana, nelle motivazioni della prima sentenza.

Ci sono alcune righe di quelle pagine che pesano nella memoria giudiziaria come la deposizione di uno dei figli di Gloria Pompili che era in auto con la mamma. «Zio Salem ha dato un sacco di botte a mamma», oppure c'è la relazione del medico legale che aveva eseguito l'autopsia che aveva parlato di «violenza bestiale». Gloria Pompili rappresentava una fonte di guadagno e come avevano sottolineato anche i giudici della Corte d'Assise d'Appello, gli imputati hanno approfittato dell'ingenuità della giovane che si è ritrovata sola e abbandonata e che è stata indotta a prostituirsi prima in casa a Frosinone e poi a Nettuno. «Avevano reso Gloria la loro fonte di guadagno - aveva scritto il giudice Andrea Calabria - tanto era l'agio economico raggiunto con lo sfruttamento della ragazza. Sono tristemente eloquenti le immagini del cadavere martoriato».