«Quando mi hanno chiesto quindicimila euro per un pettegolezzo ho deciso che li andavo a denunciare e che quei soldi non li avrei mai pagati». Così ha descritto la fallita estorsione, una delle tante degli anni fino al 2015 contestate al gruppo Travali-Viola, i due cognati terribili che controllavano un po' tutto dalle case popolari, alla curva dello stadio. Ieri pomeriggio in uno dei procedimenti derivati dalla più complessa indagine «Don't touch» è stata sentita una delle vittime delle estorsioni, il figlio di un noto imprenditore di Latina. Come da lui stesso ricostruito in aula, era finito nel mirino di Francesco Viola il quale gli aveva «contestato» di parlar male del gruppo in relazione alla compravendita di un'auto e per tale ragione pretendeva 15mila euro in forma di «risarcimento» per l'oltraggio subito.
«Io quei soldi non li volevo cacciare, assolutamente e quindi ho denunciato». All'udienza hanno partecipato in collegamento sia Angelo Travali, dal carcere in cui si trova per altra condanna, che Agostino Riccardo da località protetta in quanto collaboratore di giustizia dal 2017. Sono imputati per lo stesso reato, ossia tentata estorsione, anche Corrado Giuliani e Francesco Viola; la posizione di quest'ultimo è stata stralciata per un difetto di notifica.
Nel corso del dibattimento Riccardo, ha chiesto di poter fare dichiarazioni in relazione alla specifica estorsione e al clima generale che c'era in città in quel periodo. Il pentito, a proposito della paura di molte vittime ha parlato espressamente del «clan Travali» composto dai fratelli Angelo e Salvatore Travali nonché dal cognato dei due, ossia proprio Francesco Viola, il più burbero di tutti per i modi con i quali si presentava alle vittime. Agostino Riccardo con le sue dichiarazioni ha contribuito finora a chiarire sia lo scacchiere criminale e il controllo della droga che talune circostanze di contatti tra criminalità e alcuni esponenti della politica locale.
Tuttavia sulla definizione di «clan» relativa ai Travali-Viola ci sono state eccezioni della difesa, rappresentata dagli avvocati Giancarlo Vitelli e Pasquale Cardillo Cupo, poiché finora si è parlato, anche da parte dei pentiti, della famiglia di Armando Di Silvio, seppure allargata ad altre figure. Ma non di un autonomo clan con metodo mafioso inerente i Travali, per quanto la loro posizione nella geografia criminale di Latina sia molto importante come emerso dalle ultime indagini. Il punto è che i fatti contestai in questo procedimento sono antecedenti e si inseriscono in una vasta rete di intimidazioni ed estorsioni su cui non è ancora stata stabilita l'esistenza della modalità mafiosa. Un'eccezione di forma che, però, può incidere anche sulla ricostruzione storica del fenomeno a Latina e sugli spazi che ciascun gruppo delle diverse famiglie aveva a disposizione.