La storia drammatica che si srotola davanti al Tribunale di Latina in un caldo mattino di giugno è un dramma senza fine, senza rete, senza giustificazioni. A raccontarlo è una donna di origini ugandesi che, in una lunga deposizione davanti al collegio presieduto dal presidente Caterina Chiaravalloti, ha ricostruito otto anni di soprusi da parte del marito, il quale la picchiava se non stava «attenta alle trasmissioni tv che guardava lui», la chiamava «bestia, animale», le ripeteva spesso che a casa sua doveva «fare ciò che diceva lui altrimenti via!», che le impediva di salutare chiunque quando usciva per andare al mercato e la obbligava a indossare abiti morigerati e lo steso canone voleva poi adottare con la figlia della signora, una ragazza sentita anch'ella come teste al processo. La vittima dei soprusi ha resistito fino all'agosto del 2020; in quelle ultime settimane la situazione era divenuta insostenibile anche perché il marito aveva costruito un giocattolo sessuale che voleva fosse utilizzato dalla moglie, la quale si è rifiutata più volte, l'ultima il 7 agosto dell'anno scorso, quando la situazione è precipitata. Dopo l'ultima violentissima lite la signora ha subito l'ennesima aggressione, il marito le ha fatto sbattere la testa sul tavolo e riempiendola di pugni.

Ma proprio quest'ultima scena tragica è stata l'inizio della fine perché ripresa con il telefonino dalla figlia di lei e il video è divenuto la prova cardine prima del divieto di avvicinamento emesso nei confronti dell'uomo e ora del processo in essere. L'udienza di ieri mattina è andata avanti tra diversi scossoni perché l'imputato ha interrotto ripetutamente la testimonianza della sua ex moglie sostenendo che il racconto fosse frutto di invenzione così come la deposizione del tecnico che ha illustrato il contenuto del video-prova.
La signora è stata assistita in questi mesi dall'avvocato Maddalena Di Girolamo tramite la quale si è costituita anche parte civile.