Gira da quattro giorni in rete un altro video che è un pugno nello stomaco perché pieno zeppo di emulazioni della criminalità di Latina e insulti alla polizia. Tanto che la clip è finita già sotto la lente della squadra mobile e non è escluso che gli autori e alcuni attori possano essere denunciati. Il corto si chiama «Fame» ed è girato nel quartiere delle case Ater, prodotto e montato da una società che si occupa prevalentemente di servizi fotografici di cerimonie ed eventi e che ha dato al video velocità e identità. Si tratta di immagini di ragazzini con la pistola che a ritmo di rap parlano della città come «un posto di m...a che non ci lascia scampo» con «gli sbirri ovunque.. che ti entrano in casa», un posto dove «non ci vogliono bene e per questo abbiamo fame». Di fatto si tratta dell'ultimo ritratto della Latina brutale e spietata in mano a bande di ragazzini violenti e assuefatti all'hascisc e all'alcool, che girano armati, «un ferro comunque lo trovo», incappucciati, assistono a gare tra pitbull, sono pieni di catene e tatuaggi, ce l'hanno con i poliziotti e sognano macchine di lusso e soldi.

Per completare il quadro non manca un'icona della Madonna, crocefissi e una preghiera a Dio «perchè anche il diavolo era un angelo... Dio ti prego salva questi ragazzi». Visto che in quattro giorni il video ha raggiunto oltre cinquemila visualizzazioni su Youtube, potrebbe essere un'operazione commerciale che usa la tremenda realtà di cronaca di Latina insieme al disagio giovanile e allo sbando di certi quartieri popolari della città, dove effettivamente una pistola la trovi facilmente e la droga anche. Tuttavia quei tre minuti e mezzo di rap sono, purtroppo, molto simili all'altro video girato a fine febbraio dalle giovani leve delle famiglie rom in difesa dei detenuti Angelo e Salvatore Travali, espressamente citati in quella clip. Stesso scenario: i palazzi delle case popolari; stessi miti: soldi, droga, cani feroci, macchine sportive; stesso cliché: giovani poveri di periferia che vogliono «soltanto» sopravvivere in una città complessa, compromessa.

Se è questo che i giovani dei palazzoni e delle varie zone della città pensano di Latina, allora c'è un problemone di comunicazione tra gli adulti e le giovani generazioni. Se è la descrizione delle «notti di Latina» è anche peggiore come messaggio poiché, nei fatti, ciò che dice quel video corrisponde abbastanza alla realtà e girarloe pubblicarlo sono stati un modo per narrare Latina così come la vedono gli under 18, con il loro linguaggio, quello rap, veloce e diffuso in rete. Alcune sequenze sembrano «rubate» a Gomorra con una ventina di comparse sui muri dei palazzi delle case popolari a tenere il ritmo mentre il testo della canzone fa riferimento ai detenuti ai domiciliari «... mio fratello dentro casa vittima di quegli impicci...» e agli «infami» che potrebbero essere i collaboratori «... se ti facciamo fuori dopo non c'è più gusto... non ci vogliamo fermare perché abbiamo fame». Tra le comparse ci sono alcuni attori coperti da passamontagna e questo dettaglio lascia supporre che il video potrebbe essere stato commissionato, dunque più vero e pericoloso di quanto può apparire un prodotto fatto da giovani che usano linguaggi nuovi. Resta sullo sfondo una domanda: perché la città è percepita in questo modo? Se è solo percezione.