I giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna per i due collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo, ex affiliati al clan di Silvio. Le ricostruzioni offerte ai pubblici ministeri dell'Antimafia Luigia Spinelli, Claudio De Lazzaro e Barbara Zuin, hanno permesso di «riscrivere» le modalità delle estorsioni e del traffico di droga del gruppo di Campo Boario e gli affari con il mondo politico per l'affissione dei manifesti e le campagne elettorali a Latina e Terracina del 2016. Sono tutte dichiarazioni finite prima nelle carte dell'ordinanza di custodia cautelare e poi agli atti del processo che si sta celebrando a Latina e che a breve si concluderà con la sentenza di primo grado.

Le rivelazioni dei due collaboratori rappresentano un perno fondamentale oltre che nell'impianto accusatorio dell'indagine madre anche per altre inchieste che si sono diramate da Alba pontina: dall'estate del 2018 fino ad oggi.

Per Pugliese e Riccardo l'iter processuale è stato diverso rispetto agli ex sodali. La sentenza di primo grado era stata emessa nel gennaio del 2020 dal giudice Mara Mattioli del Tribunale di Roma, che aveva condannato Pugliese alla pena di quattro anni e quattro mesi e Riccardo a cinque anni e quattro mesi (entrambi avevano scelto il giudizio abbreviato), ottenendo le attenuanti generiche per la scelta di collaborare. Una volta depositate le motivazioni, le condanne erano state impugnate davanti alla Corte d'Appello che nel settembre del 2020 aveva confermato il castello accusatorio lasciando inalterate le pene. Nelle scorse settimane l'ultimo atto, con la sentenza che è diventata definitiva. I ricorsi presentati davanti alla Suprema Corte sono stati dichiarati inammissibili come hanno sostenuto i giudici Angelo Costanzo, presidente, Riccardo Amoroso, relatore, che hanno depositato le motivazioni dopo la discussione nel corso dell'udienza dello scorso 29 aprile. «Entrambi i ricorsi sono inammissibili perchè investono le valutazioni poste a base della decisione supportata da una adeguata motivazione del tutto immune da vizi logici o giuridici - è un passaggio delle motivazioni - con riferimento a entrambi i ricorrenti, la Corte d'Appello ha ritenuto di contenere l'incidenza delle attenuanti apprezzando il profilo della concreta utilità della collaborazione offerta rispetto all'accertamento dei reati, dando atto - hanno aggiunto i giudici - non alla gravità dei fatti per determinare l'entità di pena ma alla valutazione della utilità della collaborazione a fini probatori». Si chiude in questo modo il primo atto di Alba pontina e i giudici nel dispositivo hanno confermato l'impianto della pubblica accusa relativo alle modalità del metodo mafioso.

Renato Pugliese aveva scelto di collaborare con la giustizia nel 2016. Anche Agostino Riccardo era stato indagato nell'inchiesta ed era stato destinatario di un provvedimento restrittivo: nel 2018 aveva scelto di intraprendere questo percorso e di collaborare con la giustizia sempre per gli stessi reati contestati agli imputati. Le rivelazioni inedite dei collaboratori hanno alimentato l'inchiesta.