I due pubblici ministeri Luigia Spinelli e Corrado Fasanelli, al termine dell'udienza, hanno chiesto l'acquisizione della sentenza definitiva emessa lo scorso 29 aprile dalla Corte di Cassazione per i due collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo condannati per Alba pontina. Secondo l'impianto accusatorio nel processo Scheggia, le dichiarazioni dei due ex affiliati al clan Di Silvio sono ritenute dagli inquirenti di primo piano e rappresentano le fondamenta dell'accusa. L'obiettivo dei magistrati è certificare in questo modo l'attendibilità dei collaboratori il cui ruolo non soltanto in questa inchiesta è nevralgico.

L'udienza di ieri pomeriggio davanti al Collegio Penale, presieduto dal giudice Caterina Chiaravalloti e dai magistrati Enrica Villani e Francesco Valentini, è iniziata con la richiesta di una integrazione da parte dell'avvocato Magnarelli che assiste Gina Cetrone. Il legale in aula ha sostenuto che la sua assistita, all'epoca dei fatti, era sotto scacco di Agostino Riccardo ed è per questo che ha esibito una annotazione della polizia relativa ad un appostamento nei confronti di Riccardo a tutela della Cetrone per impedire una azione ritorsiva. L' annotazione risale al 2016. «Questa signora stava per essere aggredita e questa cosa cambia l'assetto del dibattimento», ha detto il legale che ha chiesto l'escussione degli agenti che avevano redatto l'annotazione.

Il Tribunale su questo si è riservato e a seguire è stato il turno della deposizione del socio della vittima dell'estorsione: si tratta del direttore commerciale dell'azienda di Pescara che aveva dei rapporti di lavoro con la società di Gina Cetrone e dell'ex marito Umberto Pagliaroli. L'imprenditore aveva un debito e secondo l'accusa era stato taglieggiato. Il testimone ha ammesso che in effetti vi era una esposizione debitoria con la società e che il proprietario dell'azienda era andato a Terracina per posticipare i pagamenti. «Mi aveva detto al telefono che in caso non ci fossimo sentiti dovevo avvertire i carabinieri o il 113», ha spiegato il testimone riferendosi all'incontro di Terracina, aggiungendo che «vi era una certa tensione e preoccupazione. Ho telefonato alcune volte ma mi ha sempre risposto - ha spiegato, riferendosi al socio - e mi ha detto che ci saremmo visti domani nell'azienda». Su alcuni particolari, il testimone ha ribadito che il giorno dopo l'imprenditore, tornato a Pescara, non gli aveva riferito cosa fosse accaduto: «Non è sceso nel dettaglio» e in un secondo momento ha aggiunto che erano stati presi degli accordi rateali e voleva proseguire il suo rapporto di lavoro con la società della Cetrone. «Mi aveva detto di aver risolto la situazione».