La richiesta dell'ex giudice Antonio Lollo di andare in prova ai servizi sociali è stata rigettata dalla Corte di Cassazione. I magistrati, Vincenzo Siani presidente, relatore Francesco Aliffi, hanno depositato le motivazioni sul ricorso presentato avverso l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Perugia che aveva accolto per Lollo gli arresti domiciliari a seguito della pena da scontare per i reati di corruzione (2 anni, 10 mesi e 19 giorni). L'inchiesta è relativa allo scandalo dei fallimenti pilotati in Tribunale a Latina che risale al marzo del 2015. Nelle motivazioni i magistrati definiscono «gravissimi i reati oggetto della condanna», caratterizzati da un arricchimento «fuori dall'ordinario», hanno aggiunto. Il Tribunale di Sorveglianza aveva sostenuto che «non si era concretizzata una volontà autenticamente riparativa dell'interessato e non aveva intrapreso iniziative in favore della collettività». Nel ricorso presentato e discusso lo scorso 3 marzo, la difesa di Lollo aveva sottolineato una serie di aspetti: oltre ad essersi dimesso dalla magistratura, «con la sua condotta aveva reso delle dichiarazioni confessorie, consentendo l'accertamento di un numero maggiori di reati».

Nel corso di un lungo incidente probatorio, l'ex magistrato si era pentito ammettendo i fatti contestati relativi al patto corruttivo che aveva coinvolto imprenditori e professionisti. I giudici, nel respingere il ricorso, hanno sottolineato la gravità dei fatti e il profitto quantificato in un milione di euro e poi le condotte successive al reato «evidenziando l'assenza di segnali convincenti di revisione critica del passato a prescindere dalla confessione finalizzata ad ottenere un trattamento sanzionatorio più mite». La Cassazione infine ha osservato che: «il Lollo aveva avviato una attività lavorativa professionale, ma aveva preferito non allontanarsi dal settore in cui aveva commesso i reati nella qualità di giudice delegato ai fallimenti, sfruttando le conoscenze acquisite all'epoca dei fatti».