Dichiarando inammissibile il suo ricorso, la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna, e pure lo sconto, pronunciata dalla Corte d'Appello di Roma per Patrizia Caschera, l'assistente capo di 58 anni della Polizia Penitenziaria arrestata tre anni fa dalla Squadra Mobile perché custodiva in casa quattro pistole di provenienza illecita, armi considerate un arsenale a disposizione della mala locale. Diventa così definitiva la pena di due anni e quattro mesi stabilita dai giudici di secondo grado.
L'arresto della poliziotta risale all'agosto del 2018, quando gli investigatori della Questura erano impegnati nei riscontri avviati dopo le primissime dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Agostino Riccardo, che proprio in quelle settimane iniziava a sostenere i primi interrogatori davanti ai magistrati Antimafia. Impegnati in una serie di perquisizioni, i detective raccolsero ulteriori informazioni che li portarono a casa di Patrizia Caschera, un appartamento in via Giustiniano, nella zona dell'ex Villaggio Trieste, alle spalle del Tribunale.

L'arsenale era custodito all'interno di un borsone, nascosto in un armadio. Aprendolo, gli investigatori trovarono le quattro pistole di provenienza furtiva, tutte in ottimo stato di conservazione, e le relative munizioni. Il pezzo migliore della "collezione" era una pistola a tamburo Smith&Wesson calibro .45 Acp, un revolver di grandi dimensioni e con una elevata potenza di fuoco, tutt'altro che maneggevole, soprattutto per chi non ha dimestichezza con le armi, mentre in apposite valigette c'erano una Beretta modello Brigadier con tanto di silenziatore e una Sig Sauer Sp2022, entrambe calibro 9x21 e infine un revolver più piccolo, un North American Arms modello Mini Master calibro 22 lungo.