Un ruolo determinante, nella scelta condivisa col suocero, deve averlo avuto certamente Andrea Pradissitto. Prima di tutto perché da qualche mese, quando era stato raggiunto dal provvedimento di arresto per l'omicidio di Massimiliano Moro, con la pena ormai agli sgoccioli aveva ricominciato ad assaporare la libertà, benché soggetto al regime di vigilanza. Insomma, tornare in carcere, oltretutto in alta sicurezza vista l'accusa di omicidio aggravata dal metodo mafioso, deve avere influito e non poco: al resto hanno pensato sicuramente i familiari, unico elemento di contatto, indiretto, con Ferdinando Furt. Senza dimenticare un fattore tutt'altro che secondario, dato che decidendo di collaborare con la giustizia, Pradissitto ha seguito le orme dell'ex amico Renato Pugliese, colui che lo ha introdotto nel mondo della criminalità da giovanissimo: una scelta che ha osteggiato a lungo, ma in cuor suo deve averlo attratto.

Le dichiarazioni di Andrea Pradissitto possono quindi rappresentare un ulteriore sostegno per quanto ricostruito finora dai magistrati sulla base delle rivelazioni dei primi collaboranti, ma non solo. Avviato alla criminalità dallo stesso Moro, proprio al fianco di Pugliese e altri giovani emergenti, non ha perso l'occasione per compiere il salto di qualità con l'affiliazione ai Ciarelli, tramite il matrimonio con Valentina, giurando fedeltà a una famiglia che non ha esitato a schierarlo in prima linea quando è arrivato il momento di dichiarare guerra alle fazioni opposte: dopo avere tradito Moro, partecipando all'agguato del 25 gennaio 2010, due mesi dopo impugnò la pistola, insieme a Simone Grenga, suo omologo nella famiglia di Luigi Ciarelli, per regolare i conti con Fabrizio Marchetto, una vendetta fermata appena in tempo dalla Polizia.

Ferdinando Ciarelli detto Furt e il genero Andrea Pradissitto hanno iniziato a collaborare con la giustizia. Una scelta inattesa, destinata a scuotere nel profondo la malavita latinense e non solo, ma soprattutto una svolta epocale per la lotta al crimine nel territorio pontino: il percorso che hanno intrapreso sta vivendo ancora le battute iniziali, ma la notizia del loro "pentimento" sta già circolando con rapidità e un innegabile timore riverenziale. Perché per la prima volta a voltare le spalle al malaffare è uno dei capi famiglia del clan rom più potente e temuto del capoluogo, seguito da uno dei gregari più addentrati di un sodalizio che rischia così di ricevere il colpo di grazia dopo avere pagato a caro prezzo, a suon di inchieste e confische patrimoniali, il tentativo di imporsi nella scena criminale.

Documenti che attestino la decisione assunta da Ferdinando Ciarelli, 58 anni, e Andrea Pradissitto, 31 anni, ancora non ne sono emersi e per avere contezza delle dichiarazioni che stanno rendendo davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia bisognerà attendere i primi effetti giudiziari delle loro rivelazioni. Fatto sta che la loro scelta non è più un segreto perché ha già prodotto una serie di conseguenze: i familiari più stretti sono entrati a far parte del programma di protezione e la loro assenza non è passata inosservata. Anche e soprattutto perché Roberto Ciarelli, venticinquenne figlio di Furt, ha deciso di restare a Latina, di fatto dissociandosi dal cambio di vita intrapreso dal padre e dal cognato.

Facile intuire il contesto nel quale è maturata una scelta del genere, arrivata a pochi mesi dalla notifica dell'ordinanza di custodia cautelare, era lo scorso 22 febbraio, per l'omicidio di Massimiliano Moro del 25 gennaio 2010, delitto del quale Ferdinando e il genero sono accusati, insieme agli altri componenti del commando, con l'aggravante del metodo mafioso. Un duro colpo, quello inferto dall'indagine della Squadra Mobile, che ha contribuito certamente a smuovere le loro coscienze, ma non può giustificare interamente una decisione del genere, se non in un contesto di rapporti familiari già compromessi, tra i Ciarelli, meno uniti di quanto si potesse immaginare.

Proprio l'omicidio Moro è una delle vicende che i due nuovi collaboratori di giustizia possono contribuire a risolvere in maniera ancora più nitida di quanto sia stato fatto finora con l'apporto di pentiti estranei al sodalizio che lo ha pianificato. E lo stesso vale per la cosiddetta guerra criminale che come l'agguato di largo Cesti si è innescata dopo il tentato omicidio di Carmine Ciarelli nella roccaforte della famiglia, il quartiere Pantanaccio. Per quella serie di regolamenti di conti organizzata nel tentativo di sottomettere le fazioni rivali, gli stessi Ferdinando e Andrea Pradissitto sono stati condannati in via definitiva nell'ambito del processo scaturito dall'inchiesta Caronte, costato loro pesanti condanne a 18 anni e 10 mesi di reclusione il primo, 14 anni il secondo. Ne consegue che hanno trascorso gli ultimi undici anni dietro le sbarre, ma questo non deve essere considerato un limite per la portata delle loro dichiarazioni.

Dopo tutto Ferdinando Ciarelli, figlio maggiore di Antonio, è sempre stato considerato uno dei personaggi di spicco della famiglia, posizionato subito dopo il fratello Carmine che tra gli altri ha sempre prevalso per carisma, tanto da ritagliarsi un ruolo apicale anche nella malavita latinense attraverso gli affari nell'usura. Oltretutto, avendo sposato Rosaria Di Silvio, sorella di Armando detto Lallà, unione maldigerita inizialmente dalle famiglie, per certi versi Furt è stato un precursore dell'alleanza con l'altro clan rom del capoluogo, quello egemone nel quartiere Campo Boario. Ovviamente i bersagli più facili, per le rivelazioni di Furt, sono proprio le famiglie Ciarelli e Di Silvio, i loro rapporti con la società civile come con la politica e magari gli scontri, forse anche le alleanze, con la criminalità organizzata che in passato ha cercato di controllare l'avanzata degli "zingari" nella piazza di Latina.

È lungo l'elenco dei crimini irrisolti legati proprio all'ascesa dei Ciarelli, soprattutto a cavallo tra gli anni Novanta e i primi del Duemila, che Furt è in grado di chiarire, ma non è escluso che dal carcere sia riuscito anche nell'ultimo decennio, tramite i familiari, a gestire la propria quota di affari e al tempo stesso apprendere informazioni sul mondo esterno. Di certo il suo passaggio dalla parte dello Stato, sancisce l'inizio di una nuova stagione per la giustizia pontina.

di: Andrea Ranaldi