Ha visto sfumare la possibilità di rifarsi una vita quando praticamente aveva iniziato ad assaporare la libertà, a distanza di dieci anni dall'ultimo arresto. Messo alle strette da un'accusa pesante, che non lasciava intravedere vie d'uscita, ha trovato l'unica scorciatoia ispirandosi alla scelta intrapresa da chi quella accusa ha contribuito in maniera determinante ad affibbiargliela. È innegabile che fosse considerato Andrea Pradissitto l'anello debole della famiglia di Ferdinando Furt Ciarelli e la conferma è arrivata con la decisione di pentirsi, essendo stato proprio il trentunenne a prendere l'iniziativa, proponendosi per la collaborazione con la giustizia anche per conto del suocero. Un percorso che i due hanno intrapreso da poco più di un mese, quindi con tutte le incognite del caso sul buon esito di una scelta che, comunque vadano le cose, è già storia.

Mentre i familiari venivano coinvolti nel programma di protezione, tra gli addetti ai lavori aveva già iniziato a serpeggiare la notizia del pentimento di Pradissitto perché non era passato inosservato il suo trasferimento, nottetempo, dal carcere di Frosinone dov'era recluso fino a poco tempo fa. È solo l'inizio di un iter che prevede sei mesi di isolamento, il periodo a disposizione dei collaboranti per sostenere gli interrogatori davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia e riferire tutto quello che sanno e ricordano, su fatti penalmente rilevanti. Un percorso lungo e impegnativo, che non sempre dà i frutti sperati: l'aspirante pentito, nell'arco di quei sei mesi, deve dimostrare di essere attendibile, oltre a trovare la forza per proseguire nella collaborazione. Non va dimenticato che la storia criminale del capoluogo ha già fatto registrare un ripensamento: è il caso di Roberto Toselli, che a differenza degli altri quattro ex criminali latinensi entrati a far parte del programma di protezione, quel percorso lo ha interrotto dopo avere sottoscritto una serie di verbali e in ogni caso, di quelle dichiarazioni iniziali, deve comunque rispondere in Tribunale come teste.

Sulle buone intenzioni di Ferdinando Ciarelli e suo genero le aspettative sono alte. A partire dall'omicidio di Massimiliano Moro per il quale hanno ricevuto di recente, era il 22 febbraio scorso, un'ordinanza di custodia cautelare pesante come un macigno. Ed è proprio su questo delitto, come sul corso dell'escalation di vendette sanguinarie in cui era inserito, che i due nuovi pentiti possono dire molto. Anche e soprattutto perché Andrea Pradissitto, prima di accompagnarsi con Valentina Ciarelli e quindi entrare a fare parte del clan di Pantanaccio, si è fatto le ossa in una gang emergente (era il primo decennio degli anni Duemila) che si ispirava proprio all'esperienza criminale di Moro ed era capeggiata dallo stesso Renato Pugliese che lo aveva lanciato negli ambienti della mala, ora collaboratore di giustizia, e di cui faceva parte anche Simone Grenga, sposato anche lui con una Ciarelli, la figlia di Luigi.

Insomma, conoscendo bene Moro, Andrea Pradissitto può essere stato colui che aiutò gli stessi Ciarelli a individuare il mandante del tentato omicidio del capo famiglia Carmine, oltre a rappresentare quella garanzia, agli occhi di Moro, che si è rivelato un tradimento quando quel gruppo in cerca di aiuto per la vendetta si è rivelato un commando pronto a giustiziarlo. Se l'ex gregario del clan è riuscito a coinvolgere il suocero, probabilmente tra i Ciarelli qualcosa è cambiato, i rapporti tra le famiglie si sono incrinati in maniera irreversibile.