Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere gli indagati dell'operazione Tempio, condotta nei giorni scorsi che aveva portato alla scoperta di un giro di droga tra i Monti Lepini, da Sezze a Roccagorga passando anche per Priverno. Ieri mattina gli indagati che si trovano ai domiciliari, sono comparsi davanti al giudice Pierpaolo Bortone e hanno scelto la strada del silenzio. Sono infatti iniziate le audizioni nei confronti di chi è sottoposto alla misura restrittiva. Lunedì si andrà avanti con le audizioni degli altri che invece sono sottoposti agli obblighi di polizia giudiziaria. Sono stati ascoltati Andrea Asam e poi Ennio Reffe, Stefano Cerilli e Gianni Mancini.

Le accuse contestate dagli inquirenti avevano portato a ricostruire una rete di spaccio, in particolare di cocaina e hascisc sulla scorta di intercettazioni telefoniche e ambientali che avevano permesso di tratteggiare un consistente giro di droga. Nel provvedimento restrittivo il giudice Pierpaolo Bortone aveva sottolineato che le esigenze cautelari ricorrono per una serie di motivi e in particolare il magistrato ha ritenuto che è attuale il pericolo di reiterazione della condotta criminosa. «Gli indagati gravitano in circuiti criminali locali, potendo contare su fonti di approvvigionamento. Il numero significativo di cessioni, la contiguità con soggetti sottoposti ad indagini, il numero di cessioni accertate - ha sottolineato il magistrato nel provvedimento cautelare - induce a ritenere attuale e concreto il pericolo di recidiva».

Nel provvedimento il gip aveva messo in luce il ruolo di Cerilli e lo ha definito in un modo «era di supremazia gerarchica». In particolare quando parla dell'acquisto di auto che secondo l'accusa sono dotate di sistemi particolari per occultare la sostanza. «Il compendio probatorio - osserva il gip nella misura - indica una gestione di spaccio strutturata in maniera embrionale e dove sono coinvolti in posizione subalterna anche gli altri indagati, incaricati a vario titolo del prelievo della droga in modo da ridurre in questo modo i rischi connessi all'attività». L'inchiesta condotta dai pubblici ministeri Giuseppe Miliano e Valentina Giammaria, era stata coordinata dal Procuratore Aggiunto Carlo Lasperanza, nei giorni scorsi l'esecuzione dei provvedimenti e non è escluso il ricorso al Tribunale del Riesame delle difese. Le indagini sono scattate dopo una perquisizione degli agenti della Squadra Mobile, coordinati dal dirigente Giuseppe Pontecorvo, in un ristorante dei Monti Lepini dove nel corso di un controllo era stata trovata una ingente somma di denaro pari a oltre 300mila euro.

Un step indicativo nelle pieghe dell'inchiesta era arrivato in un secondo momento con l'arresto di un uomo trovato con 20 grammi di cocaina e che aveva rapporto con gli indagati. Gli inquirenti sono riusciti anche ad accertare un elemento importante relativo alle dosi che si potevano ricavare da un chilo di cocaina: almeno diecimila.