La sentenza è diventata definitiva. I giudici della Corte di Cassazione hanno confermato la condanna a 30 anni di reclusione nei confronti di Emanuele Riggione, 45 anni. Il camionista pontino è accusato di aver ucciso Elena Panetta a colpi di piccone. Era successo nella notte tra il 5 e il 6 agosto del 2018. I magistrati hanno sciolto la riserva e si sono pronunciati dichiarando inammissibile il ricorso presentato dai difensori dell'imputato; gli avvocati Angelo Palmieri e Adriana Anzeloni avevano impugnato la condanna emessa dalla Corte d'Assise d'Appello esattamente un anno fa.

L'imputato che doveva rispondere dell'accusa di omicidio volontario aggravato, era finito in manette dopo che si era costituito al Comando Provinciale dei carabinieri di Latina dove si era presentato al termine di una notte folle e lunghissima. Aveva confessato tutto, raccontando per filo e per segno quello che era accaduto. Il movente del delitto è da ricercare nel diniego della vittima di dare all'uomo una somma di denaro per acquistare la droga. Il dramma si era consumato in un appartamento a Roma in via Corigliano Calabro al piano terra di una palazzina che si trova nel quartiere Statuario a poca distanza da Capanelle dove da qualche tempo Riggione era ospite dell'amica che poi ha ucciso. Le indicazioni fornite dall'uomo ai carabinieri, subito dopo i fatti, erano state confermate nel corso di un sopralluogo degli investigatori sulla scena del crimine.

Prima di andare via dall'appartamento, l'uomo ha preso la carta di credito della vittima e ha eseguito diverse operazioni con dei prelievi agli sportelli bancomat e subito dopo è salito in auto, ha girato per ore arrivando a Terracina e a Latina dove ha bussato in caserma. «Andate in questo indirizzo, c'è il corpo di una donna che ho ucciso», ha detto.

Le indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo erano state coordinate dal pubblico ministero Valerio De Luca e l'inchiesta nel giro di poco tempo, alla luce della confessione del 45enne, si era chiusa. In primo grado Riggione che aveva scelto il rito abbreviato, (godendo della riduzione di un terzo della pena), era stato condannato dal giudice Corrado Cappiello a 30 anni. La sentenza era stata confermata anche in secondo grado. Una volta che erano state depositate le motivazioni, la difesa ha impugnato il verdetto sostenendo nel ricorso che il proprio assistito soffre di una patologia che porta all'abuso e alla dipendenza di cocaina, shaboo e crack e l'assunzione di queste sostanze possono indurre in comportamenti violenti e aggressivi. I legali di Riggione, avevano puntato su molti elementi con un lunghissimo ricorso: l'uomo non era capace di intendere e di volere e il netto rifiuto della vittima di concedere altre somme di denaro ha scatenato un raputs che ha offuscato la mente portandolo ad uccidere.

In aula il procuratore generale ha chiesto la conferma della condanna, alla fine i giudici hanno accolto la ricostruzione dell'accusa e la sentenza è diventata adesso definitiva. Elena Panetta, aveva 57 anni ed era una donna che lavorava come collaboratrice scolastica in un istituto alberghiero della capitale, aveva ospitato per un periodo di tempo Riggione nella sua abitazione, fino a quella tragica notte quando è stata massacrata di botte e uccisa.