Quando la detenzione per le vecchie condanne era ormai agli sgoccioli e la possibilità di collaborare con la giustizia probabilmente non era ancora nelle sue corde, il trentenne Andrea Pradissitto aveva ottenuto la semilibertà, ma viene fuori ora che si è rivelato fittizio l'impiego lavorativo da lui ottenuto per assicurare quel reinserimento sociale utile ad acconsentire l'uscita dal carcere nelle ore diurne. I fatti risalgono agli ultimi mesi dello scorso anno, poco prima che l'attuale pentito venisse raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per il coinvolgimento nell'omicidio di Massimo Moro undici anni fa, ma la vicenda è emersa solo in questi giorni quando la Suprema Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza con la quale i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso di Pradissitto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. L'ultimo guaio che lo ha visto per protagonista prima di voltare le spalle al crimine.

Dalle carte della sentenza emerge che Andrea Pradissitto aveva iniziato a uscire dal carcere nel maggio dello scorso anno, praticamente alla fine del primo lockdown, in virtù della misura alternativa concessa in seguito alla sua assunzione da parte di un'impresa edile: doveva occuparsi, presso una delle sedi aziendali, del lavaggio e della manutenzione dei veicoli. I successivi controlli effettuati dalla Polizia, in particolare in occasione di un'ispezione di fine agosto, hanno permesso di accertare tuttavia che la mansione a lui assegnata era fittizia, alimentando il sospetto che l'impiego fosse un escamotage per ottenere la semilibertà, ovvero consentire al detenuto di rientrare in carcere solo in orario notturno. Come si legge nelle motivazioni della sentenza «da un accertamento di polizia... era risultata l'insesistenza di questi ultimi (i veicoli da manutenere, ndr), come di qualsiasi attrezzatura di lavoro; l'unità operativa aziendale coincideva con una struttura prefabbricata, all'interno della quale Pradissitto sedeva inoperoso».

Così a fine novembre il Tribunale di Sorveglianza aveva revocato la semilibertà, ripristinando la detenzione in carcere. Presentando il ricorso, la difesa del trentenne aveva cercato di dimostrare che l'inoperatività del detenuto, sul posto di lavoro, non era dipesa da una sua volontà, ma causata dalla flessione dell'attività aziendale causata dall'emergenza covid, una buona fede dimostrata da una proposta di rimodulazione del programma di trattamento che, tuttavia, il Tribunale di Sorveglianza aveva giudicato tardiva. In ogni caso, per la Corte di Cassazione la revoca del beneficio è una valutazione che rientra nella discrezionalità dei giudici, nel rapporto fiduciario tra il condannato ammesso alla misura e gli organi preposti alla sua gestione. Per questo il ricorso è stato dichiarato inammissibile e Andrea Pradissitto è stato condannato al pagamento di un'ammenda di tremila euro e spese legali.