L'omicidio di Massimiliano Moro fu il primo passo di una strategia criminale tesa a favorire l'ascesa delle famiglie Ciarelli e Di Silvio, oltre che l'inizio di una controffensiva voluta dai giovani dei due clan per vendicare l'agguato consumato la mattina precedente ai danni di Carmine Ciarelli e fermare sul nascere le velleità dei gruppi concorrenti. A distanza di cinque mesi dai primi quattro arresti, l'inchiesta della Dda di Roma sull'agguato di largo Cesti del 25 gennaio 2010, ha vissuto una nuova svolta grazie alle rivelazioni di Andrea Pradissitto, che aveva fatto parte di quel commando e ha deciso di collaborare con la giustizia dopo la notifica dell'ordinanza di custodia cautelare dello scorso 23 febbraio sostenuta dalle dichiarazioni dei primi pentiti, testimoni indiretti di quella stagione sanguinaria. Con i fatti descritti dall'interno di quella che, secondo i magistrati, fu un'associazione per delinquere di stampo mafioso, ne è derivata una ricostruzione ancora più dettagliata dell'omicidio, che ha permesso agli investigatori della Squadra Mobile di identificare tutti i protagonisti, almeno due in più, e i rispettivi ruoli.
La versione di Pradissitto ha permesso di collocare, sulla scena del crimine, altre due persone che in un primo momento erano sfuggite alla nuova indagine. Vale a dire Antoniogiorgio Ciarelli di 41 anni, fratello minore di Carmine, e Ferdinando Pupetto Di Silvio di 32 anni figlio di Armando detto Lallà (a sua volta cognato di Ferdinando detto Furt), entrambi già detenuti per altri reati, raggiunti ieri da un'ordinanza di custodia cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che ha coinvolto anche Ferdinando Ciarelli detto Macù, figlio di Carmine, già considerato tra i principali indiziati dell'operazione di cinque mesi fa, per il quale tuttavia il Tribunale del Riesame aveva annullato il dispositivo di arresto per un vizio di forma.