Le metodologie che caratterizzavano le famiglie Ciarelli e Di Silvio erano ben note anche dieci anni fa, quando gli inquirenti facevano luce sui fatti di sangue consumati nei primi sei mesi del 2010 attraverso le inchieste che hanno portato a condanne ormai definitive. E se un tempo era percepibile l'aggravante del metodo mafioso, ma quella percezione non ha sostenuto un'accusa formale, in epoca recente è stato l'apporto fornito dai collaboratori di giustizia a rivoluzionare l'approccio investigativo e al tempo stesso agevolare quel processo culturale che ha permesso di elevare la visione dei fenomeni criminali. Dopo tutto il pentimento di personaggi sempre più interni alle organizzazioni malavitose autoctone ha permesso di confermare il peso di certe azioni e strategie illecite: se erano bastate le dichiarazioni dei primi collaboranti, Renato Pugliese e Agostino Riccardo, a inquadrare l'omicidio di Massimiliano Moro in una logica di affermazione criminale con metodo mafioso, il passaggio di Andrea Pradissitto dalla parte della giustizia non ha fatto altro che blindare il quadro indiziario. È il presupposto sul quale si fonda il lavoro degli inquirenti della Dda, accolto in toto dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che ha disposto la custodia cautelare per i nuovi indagati.