Nessun vero contributo alla ricostruzione dell'omicidio di Massimiliano Moro è arrivato dai primi due interrogatori degli indagati per quel delitto avvenuto la sera del 25 gennaio 2010. Ferdinando Ciarelli detto Macù, difeso dall'avvocato Pasquale Cardillo Cupo, si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip del Tribunale di Roma Francesco Patrone. Subito dopo è toccato ad Antongiorgio Ciarelli, difeso dall'avvocato Gianmarco Conca, e anch'egli si è avvalso della facoltà di non rispondere alle contestazioni specifiche, mentre all'inizio dell'interrogatorio ha reso dichiarazioni sostenendo di essere innocente e che per la stessa contestazione la sua posizione è stata già archiviata.

Come si sa, per il delitto di Massimiliano Moro risultano al momento indagati, a seguito di nuove prove fornite dai pentiti nonché da ulteriori riscontri rispetto alla prima indagine, Andrea Pradissitto di 31 anni, Simone Grenga di 35 anni, Ferdinando Ciarelli detto Furt di 58 anni, Ferdinando Ciarelli detto Macù di 39 anni, quest'ultimo arrestato nei giorni scorsi insieme ai due nuovi indiziati, ossia proprio Antoniogiorgio Ciarelli di 41 anni e Ferdinando Pupetto Di Silvio di 32 anni. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Francesco Patrone, ha accolto la richiesta avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia che ha ipotizzato il reato di omicidio premeditato aggravato dai motivi abietti, con l'aggravante di avere agito con metodo mafioso. Ferdinando Macù Ciarelli faceva parte dell'elenco dei primi quattro arrestati, lo scorso febbraio, ma per lui il Riesame aveva annullato l'ordinanza di custodia cautelare per un vizio di forma. La ricostruzione disponibile fino a questo momento individua nel gruppo il commando che agì la sera del 25 gennaio, lo stesso giorno in cui fu ucciso Fabio Buonamano detto bistecca e ferito la mattina presto Carmine Ciarelli, considerato il punto di riferimento della famiglia Ciarelli.

La storia delle «conseguenze» dell'attentato a Carmine Ciarelli, soprannominato nell'ambiente «porchettone», è stata già scandagliata nel processo «Caronte» e relativa sentenza passata in giudicato. Negli atti la guerra criminale scatenata dall'agguato veniva considerata appunto l'effetto di quanto avvenne la mattina del 25 gennaio, tesi in seguito riproposta dai pentiti. Ma mentre per il delitto Buonamano c'è stato un processo e relative condanne, per il secondo omicidio, quello di Moro, appunto, non si è ancora arrivati a definire le singole responsabilità penali né cosa fece il gruppo cui ora vengono mosse contestazioni in base alle nuove prove raccolte dalla Dda di Roma.