La sentenza del secondo troncone del processo Alba Pontina ha prodotto da ieri una serie di effetti ulteriori rispetto alle condanne per circa 65 anni di carcere complessivi. Tutte le donne della famiglia tornano in libertà, nonostante le pene severe inflitte tornano in libertà. Per la perdita di efficacia della misura cautelare degli arresti domiciliari in atto sono libere Francesca De Rosa, Sabina De Rosa, Angela Di Silvio, Sara Genoveffa Di Silvio, insieme a Federico Arcieri e a Giulia Di Silvio, quest'ultima sottoposta all'obbligo di presentarsi alla polizia. Ci sono inoltre nel dispositivo della sentenza pubblicata dal Tribunale una serie di assoluzioni poiché in un caso non è stata trovata la prova del coinvolgimento di Armando Di Silvio in una estorsione e non è stata riconosciuta dal Tribunale l'associazione dedita al traffico di droga bensì il più lieve reato di spaccio di piccole quantità di stupefacenti. Lo stralcio di alcune specifiche responsabilità non ha intaccato l'impianto di base del procedimento né la ricostruzione del dominio della famiglia di Armando Di Silvio in quel periodo storico nel quartiere di Campo Boario e in larga parte del resto della città.

Al netto della sorte futura della sentenza che le difese certamente impugneranno appena si avrà la pubblicazione delle motivazioni, di Alba Pontina resta l'immagine di un'inchiesta che ha cambiato la valutazione dei reati attribuiti alla famiglia rom e a quel sottobosco che le ruota attorno, dove ciò che conta davvero molto è l'omertà e il timore di ritorsioni. L'inchiesta aveva fatto registrare la tappa più importante con gli arresti di giugno 2018, quando tutti i componenti della famiglia di Armando Di Silvio erano stati arrestati. Le verifiche erano durate due anni esatti, da maggio 2016, mese in cui il giovane detenuto Roberto Toselli aveva tentato il suicidio in carcere alla vigilia della sua testimonianza contro i fratelli Angelo e Salvatore Travali. Fu Toselli a tratteggiare per primo la nuova mappa del potere a Latina, ma quelle dichiarazioni mai controfirmate perlatro, consentirono alla polizia di avviare le intercettazioni le quali, a loro volta, risulteranno determinanti specie alla luce dlele dichiarazioni dei due pentiti del clan che cominceranno a parlare nel 2017. In questi tre anni molte cose sono cambiate a Latina, inclusi, probabilmente, gli equilibri criminali ma, soprattutto, per la prima volta il Tribunale del capoluogo ha analizzato un sodalizio operante con metodo mafioso nella stessa città, quella di Latina. Non ci sono precedenti di questo tipo poiché tutti i processi sostenyti dalla dda a latina riguardavano altre città e l'unico che prima di Alba Pontina ha riguardato i Ciarelli e i Di Silvio non è stato un processo che includeva il metodo mafioso. Quel processo è stato «Caronte» e costituisce una costola portante dell'incip delle accuse di «Alba Pontina».