E' durato due ore l'interrogatorio di Matteo Adinolfi, l'europarlamentare della Lega comparso ieri pomeriggio davanti ai pubblici ministeri della Dda perché indagato per voto di scambio mafioso. Adinolfi ha scoperto soltanto alcuni giorni fa di essere finito nell'inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari l'imprenditore Raffaele Del Prete e il suo ex collaboratore Emanuele Forzan, tutti coinvolti dal pentito Agostino Riccardo, che già nel 2018 aveva cominciato a parlare dei rapporti tra alcuni segmenti della politica locale e il clan Di Silvio, gruppo per il quale lo stesso Riccardo si prestava ad attività di spaccio di stupefacenti, recupero crediti ed estorsioni.

I fatti che hanno portato Matteo Adinolfi davanti ai magistrati si riferiscono alla vigilia del voto amministrativo del giugno 2016, quando lui era capolista della neonata formazione «Noi con Salvini». Attraverso la figura dell'imprenditore Raffaele Del Prete, Agostino Riccardo aveva assunto l'incarico di provvedere all'attacchinaggio dei manifesti elettorali della lista capeggiata da Adinolfi, e contestualmente, stando a quanto ha riferito, si era reso disponibile ad acquistare voti presso persone di sua fiducia per favorire l'ascesa di Matteo Adinolfi. Un'ipotesi di reato molto grave, dalla quale ieri l'europarlamentare si è difeso sostenendo che nel 2016 si era occupato della formazione della lista dei candidati, mentre gli aspetti logistici legati alla stampa e all'attacchinaggio dei manifesti erano curati da altre persone. «Se c'è stato voto di scambio - ha aggiunto Adinolfi rivolgendosi ai pm Luigia Spinelli, Claudio De Lazzaro e Corrado Fasanelli - questo è avvenuto a mia insaputa».