L'inchiesta è chiusa e gli inquirenti dell'Antimafia hanno messo la parola fine all'indagine Movida, scattata lo scorso dicembre che aveva portato a diversi arresti nel clan Di Silvio. Dopo che i giudici del Tribunale del Riesame hanno confermato l'impianto accusatorio, i magistrati che contestano l'aggravante del metodo mafioso, hanno tirato le somme sulla scorta di quello che è emerso nel corso delle indagini condotte dalla Squadra Mobile. Nell'inchiesta il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Rosalba Liso, aveva messo in rilievo: «la condizione di assoggettamento ed omertà derivanti dalla riserva di violenza di cui dispone la famiglia in ragione dello spessore criminale riconosciuto a Latina».

I reati contestati a vario titolo sono: rapina, estorsione aggravata dal metodo mafioso, violenza privata. Nell'inchiesta erano stati arrestati Costantino Di Silvio, detto zio Costanzo, Ferdinando Di Silvio detto Prosciutto, Ferdinando Pescio Di Silvio e infine Antonio Di Silvio detto Patatino, e poi Luca Pes. Secondo l'accusa l'obiettivo degli indagati era quello di assumere il controllo dello spaccio nella zona della Movida del capoluogo pontino. Il nome dell'operazione prende spunto infatti proprio da questo risvolto. In una circostanza è venuta alla luce la paura di una vittima: il figlio di un imprenditore non voleva infatti denunciare per timore di ritorsioni.

Gli investigatori, coordinati dal dirigente Giuseppe Pontecorvo, hanno ricostruito anche una estorsione nei confronti del titolare di un attività commerciale di Latina che era stato minacciato. «Se vuoi continuare a lavorare in questa zona devi pagare», era stata la richiesta. Il provvedimento era stato confermato in blocco dal Riesame salvo due casi. Per «Costanzo» i giudici avevano annullato l'ordinanza relativa ad un capo di imputazione in merito alle minacce al titolare di un locale di Latina. «Porto una tanica di benzina e do fuoco al locale e a tutti voi». Agli atti era finita anche un'altra testimonianza di una vittima intimorita da Patatino, figlio di Romolo Di Silvio. «Mi guardava negli occhi e mi faceva vedere un revolver con il calcio in legno, allo scopo di intimorirmi», aveva raccontato. Sempre nell'inchiesta è emerso che in un altro caso invece il gestore di un locale nel 2012 aveva chiesto l'intervento di Costantino «Cha Cha» Di Silvio per non avere problemi e non esporsi.

Adesso gli accertamenti sono chiusi. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Maurizio Forte, Luca Amedeo Melegari, Sandro Marcheselli, Alessandro Diddi. Dopo la notifica della chiusura dell'inchiesta sarà fissata la data dell'udienza preliminare.