Non era un atto dovuto per gli indagati, ma non è proprio una circostanza scontata che i principali indiziati della nuova inchiesta sull'omicidio di Massimiliano Moro abbiano rinunciato alla possibilità di ricorrere al Tribunale del Riesame per una valutazione dell'ordinanza di custodia cautelare disposta nei loro confronti dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia capitolina. Parliamo di Ferdinando Ciarelli detto Macù, che avrebbe organizzato l'agguato del 25 gennaio 2010 in largo Cesti per vendicare il tentato omicidio del padre Carmine consumato giusto quella mattina, e di suo zio Antoniogiorgio, che lo avrebbe sostenuto fornendo la copertura necessaria quella sera insieme agli altri componenti del commando. Per loro, come per gli altri, il reato contestato è l'omicidio premeditato aggravato dai motivi abietti e dalla partecipazione a un'associazione per delinquere di stampo mafioso.
La scelta di rinunciare al ricorso rientra certamente in una strategia più ampia che guarda lontano, soprattutto agli effetti che una decisione nel merito delle esigenze cautelari potrebbe produrre sul futuro processo, ma è certamente un primo, indiretto, banco di prova per la tenuta del quadro indiziario costruito dai pubblici ministeri della Dda principalmente sulla base delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, corroborati da una serie di riscontri, pochi ma puntuali, che risalgono alla prima indagine archiviata nel 2015.
Dopo tutto una prima ordinanza di custodia cautelare era stata disposta dal gip di Roma, lo scorso mese di febbraio, sulla base di quanto dichiarato dai pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo che non hanno vissuto l'escalation di vendette del 2010 in prima persona, ma avevano raccolto le confidenze dei loro sodali negli anni successivi. Alle loro dichiarazioni, si sono aggiunte quelle di Andrea Pradissitto, genero di Ferdinando Ciarelli detto Furt a sua volta fratello maggiore di Carmine, che era stato coinvolto dai primi arresti e insieme al suocero ha deciso di collaborare con la giustizia. È stato lui a fornire la ricostruzione che ha permesso di confermare il ruolo di organizzatore per Ferdinando detto Macù e tirare in ballo anche Antoniogiorgio che, indagato all'epoca dei fatti, non era poi stato destinatario del mandato di arresto di febbraio. Stesso vale per Ferdinando Pupetto Di Silvio, arrestato anche lui dopo le rivelazioni di Pradissitto.