Rude, scontroso, prepotente, schivo, distante, ma anche attento, sensibile, fragile, sentimentale. E solo. Antonio Pennacchi era così. Ma i confini del suo essere, della sua personalità, non hanno mai coinciso con quelli del suo agire, del suo vivere, del suo modo più autentico di esprimersi, la scrittura. Antonio si considerava un poeta, ed è stato un poeta. Verrebbe da dire il migliore di questa nostra terra, ma probabilmente è stato l'unico.

Attraverso le cose che ha scritto, anche chi non lo ha conosciuto può farsi un'idea di quello che è stato, dagli anni della fanciullezza a quelli dell'adolescenza, dall'esperienza politica che lo ha visto militante di destra e di sinistra a quella dell'operaio in fabbrica, fino all'approdo alla letteratura e poi alla ricerca delle radici di una terra che ha sempre visceralmente sentito sua. Una terra e più ancora una città che Antonio Pennacchi ha attraversato e vissuto da protagonista indiscusso, un luogo che ha rappresentato sempre la sua pietra di paragone, l'alter ego delle sue riflessioni, l'unica entità per la quale ha sempre nutrito una profonda devozione e di fronte alla quale è stato disposto a piegarsi. Con la madre terra, Antonio è stato umile, perché poggiati nei campi, lungo le file di eucaliptus delle fasce frangivento, lungo gli sterrati sabbiosi dei poderi, nei canali, nelle strade larghe e assolate di Latina, nelle piazze di travertino e mattoni rossi, nelle facce dei coloni e della gente dei quartieri popolari e dei caseggiati della borghesia, ha sempre riconosciuto i segni della sua storia, di quella della sua famiglia di origine e di tutte le storie dei suoi compagni di strada, di fabbrica, di idee e di ideali. Il biglietto di viaggio della sua esperienza esistenziale è stato di sola andata, da Latina a Latina, ma Antonio ha affidato alla sua scrittura il compito di fare il giro del mondo. Il suo capolavoro, Canale Mussolini, è stato tradotto in tutte le lingue e ha saputo esportare oltreoceano l'epica di quello spicchio invisibile di pianeta che continua a sfuggire all'attenzione di chi vive anche soltanto duecento chilometri più a nord o più a est, ma che è stato il suo universo, la sua musa, il suo centro di gravità permanente, e da ieri anche il suo definitivo ricovero.

Raccontando di sé e dei suoi, Antonio Pennacchi ha parlato sempre di ciascuno di noi, di tutti noi nativi, di Littoria e di Latina, senza sconti, senza regali, senza filtri e soprattutto senza pregiudizi, perché la sua libertà di pensiero si nutriva della libertà di essere e di agire degli altri.

Aveva in mente di spingersi, con il suo affresco di parole, ancora più a ridosso dei nostri giorni, per raccontare la città dell'ultimo scorcio del secolo che è andato, ma non ne ha avuto il tempo, Antonio Pennacchi si è fermato sulla Strada del Mare, il suo ultimo lavoro, forse anche il più delicato tra tutti, e anche il più melanconico, malgrado il suo tentativo di renderlo qua e là allegro, spiritoso, a tratti comico. Su quella strada, che ha saputo trasformare in uno dei simboli della città al pari di qualche piazza e di qualche edificio rimasto in piedi dall'epoca di fondazione, Antonio Pennacchi ci ha radunati tutti e lasciati soli.

Orfani del nostro cantore e di uno dei gioielli migliori da esibire nelle occasioni importanti.

Avremo tempo per elaborare anche il modo di questa sua uscita di scena, ma non è da escludere che si sia consumata in uno dei momenti più problematici e privi di prospettiva dell'intera storia di Latina. Proprio lì dove si esaurisce il racconto di Antonio Pennacchi.