Il funerale. L'ultima pagina per lo scrittore Antonio Pennacchi ma, le parole di Canale Mussolini restano, sono state proprio loro le ultime a riecheggiare nella sua città, nella gremita Cattedrale di San Marco e a rimbalzare dai megafoni posti nella omonima piazza dove i molti che non hanno potuto varcare le porte della Chiesa hanno partecipato al rito funebre.

Le parole sono quelle dell'ultimo capitolo dell'opera che gli è valso Il Premio Strega - "Ci voleva il sangue. Ci voleva il sangue di tutta questa gente venuta prima dal Veneto, dall'Emilia e dal Friuli e poi da tutte le parti del mondo...". A leggerle dal pulpito l'attore Clemente Pernarella che visibilmente addolorato per la scomparsa improvvisa dell'intellettuale, con la sua voce calda ed armoniosa ha fatto emozionare i presenti. Canale Mussolini non è stato un libro qualunque per la storia della città, è parte integrante della costruzione di una identità culturale per le molte genti e per le diverse generazioni che con fatica, dopo aver parzialmente reciso le proprie radici, migrando dai territori di origine, non sono riuscite con facilità a trapiantarle nel "giardino" dell'Agro Redento. Antonio ha riannodato queste radici culturali ha dato un senso al grande esodo che ha visto trentamila persone nell'arco di pochi anni qui in palude tra malaria e zanzare dal Veneto dal Friuli e dal Ferrarese. E' stato il cantore del mito delle città di fondazione ha creato per i suoi avi e per le masse migranti una comunanza di significati, di credenze, di simboli lo ha fatto con Canale Mussolini, un poema identitario, epico in cui è possibile riconoscersi. Un testo che partendo da una realtà territoriale precisa ha visto la condivisione di molti. "Langue" e "parole" citando de Saussure dove nella "langue", l'aspetto sociale del linguaggio incontra i significati e i significanti di una comunità. Pennacchi dava peso alle parole, nessuna usciva di getto, lo ha ricordato dal pulpito anche l'editor Giovanni Francisio, il responsabile della narrativa italiana della Mondadori, subito dopo l'ultimo saluto della città portato allo scrittore dal Sindaco di Latina Damiano Coletta. Già le parole di Antonio erano gocce di sangue non sgorgavano spontaneamente erano frutto di studio letture, ricerche.

Antonio di notte leggeva tutto quello che poteva su questo territorio e rileggeva maniacalmente ogni suo scritto, consapevole della funzione storica che è propria dell'intellettuale. E purtroppo ogni libro è stato un colpo per la sua salute, lo ricordava spesso anche lui. Questa ricerca spasmodica è stata sottolineata anche dal celebrante del rito il suo parroco di Borgo Podgora Don Enrico Scaccia citando le letture di San Paolo. A Giovanni Francisio ha fatto eco Lucio Caracciolo direttore e fondatore di Limes - la rivista di geo politica che spesso ospitava gli articoli di Antonio - che, dopo aver ricordato la comune passione calcistica per la "Roma" e il primo incontro a Trastevere ha sottolineato: "Non ho mai corretto nulla in uno scritto di Antonio, neanche una virgola, non era un "giocoliere" delle parole. Lui le scavava le parole!". Dopo Caracciolo il ringraziamento e l' affetto di Marta Pennacchi alla città, alla comunità di Borgo Podgora, ai cugini della mamma Ivana e a chi l'ha ricordato, chi l'ha letto, a chi ha scritto di lui in questi giorni. Gli amici di lettura, i suoi "anonimi scrittori": Gerardo Rizzo, Roberto Cerisano, Filippo Cosignani, Graziano e Massimiliano Lanzidei hanno avuto cura di portare il feretro. Il Leone alato di San Marco così caro ai "Cispadani" seguirà il suo viaggio da quella cattedrale che ha visto il padre Giovanni membro della Corale e il piccolo Antonio giocare nell'oratorio.