L'attività d'indagine portata avanti dai Carabinieri nei mesi successivi alla morte di Erik D'Arienzo ha fatto emergere la personalità violenta di Fabrizio Moretto e al tempo stesso la compatibilità del suo modo di fare con le modalità dell'aggressione del 30 agosto del 2020 costata la vita all'amico di 29 anni dopo una settimana di coma. Un'accusa di omicidio, quella paventata per il quarantenne soprannominato Pipistrello, che gli è stata risparmiata solo con la morte, vittima della vendetta consumata a colpi di pistola quattro giorni prima di Natale, a tre mesi dal primo episodio. I detective del Nucleo Investigativo provinciale e del Comando stazione di Sabaudia non solo hanno documentato l'indole violenta del quarantenne, ma hanno persino censito alcuni episodi che rievocano la stessa brutalità riscontrata con la morte di Erik D'Arienzo.

Gli indizi più consistenti sono arrivati nel momento in cui i Carabinieri hanno sequestrato, o meglio replicato, il contenuto dei telefoni cellulari di Fabrizio Moretto. Partendo dal presupposto che secondo il medico legale quella notte di quasi un anno fa Erik D'Arienzo fu colpito con forza, alla testa, utilizzando un attrezzo da lavoro affilato simile a una roncola, un'accetta o un machete, particolare valore lo assume una foto trovata proprio nello smartphone di Pipistrello che ritrae un'accetta infilata nel vano sotto sella del suo maxi scooter insieme al casco.

Particolare valore lo assumono poi le brutali minacce rivolte dallo stesso Moretto a un giovane di Bella Farnia suo conoscente che, in compagnia di un coetaneo, lo aveva incontrato in un bar venti giorni dopo la morte di D'Arienzo e non gli aveva rivolto il saluto. Quell'atteggiamento aveva mandato su tutte le furie Pipistrello, come testimoniano alcuni messaggi vocali inviati poco più tardi attraverso l'applicazione Whatsapp, censiti appunto dai Carabinieri dopo il sequestro dello smartphone.