Con un'indagine chiusa in tempo record, i Carabinieri avevano maturato la convinzione che l'autore dell'aggressione costata la vita al ventinovenne Erik D'Arienzo, un anno fa, fosse l'amico Fabrizio Moretto detto Pipistrello. Tant'è vero che il 18 dicembre, tre giorni prima che quest'ultimo venisse giustiziato con un colpo di pistola davanti casa, i militari avevano depositato in Procura l'informativa conclusiva con cui chiedevano agli inquirenti di valutare l'arresto per lui e per i suoi complici. Nonostante la rapidità con cui i detective dell'Arma avevano chiuso il caso - appena tre mesi - non c'è stato il tempo di salvare la vita al quarantenne. Perché le stesse convinzioni degli investigatori, lo rivelano i fatti, erano state maturate da chi ha pianificato la vendetta e l'ha consumata prima che la Giustizia facesse il suo corso. Una possibilità, questa, che gli stessi carabinieri non avevano escluso, tanto da inserirla tra le esigenze cautelari alla base della richiesta di misure restrittive.

Sin dalla scoperta del corpo in fin di vita di Erik D'Arienzo sul ciglio della statale Pontina la sera del 30 agosto dello scorso anno, gli investigatori dei Carabinieri erano convinti che Fabrizio Moretto avesse fornito una ricostruzione di comodo di quello che era successo all'amico mentre i due tornavano a casa in scooter, da Latina, dopo una serata trascorsa insieme: ai soccorritori inizialmente aveva detto di avere trovato il corpo del ragazzo dopo un investimento, poi aveva introdotto l'ipotesi, improbabile, della caduta dal suo Yamaha Tmax. Solo la vittima avrebbe potuto chiarire quello che era successo, ma il cuore del giovane di Borgo San Donato aveva smesso di battere dopo una settimana di ricovero in terapia intensiva per le complicazioni delle lesioni subite: è stata poi l'autopsia a chiarire in maniera definitiva che non si era trattato di un incidente, ma di un'aggressione consumata con ferocia utilizzando un arnese da lavoro, ovvero un'arma bianca atipica.