Un venditore ambulante di prodotti ittici di Fondi aveva cercato di indebolire i suoi concorrenti nei mercati settimanali di Latina e Cisterna, con l'ambizione di monopolizzare il settore del pesce, arrivando al punto di avvalersi della protezione di Giuseppe D'Alterio detto Peppe ‘O Marocchino, esponente di spicco di una famiglia egemone nel territorio fondano, dedita alle estorsioni come al traffico di droga con metodo mafioso, passando per il controllo dei trasporti al Mof. È una delle ritorsioni confessate dai collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo, vicende già finite al centro delle inchieste sul clan latinense di Armando Di Silvio detto Lallà al quale erano affiliati i due attuali pentiti e al quale si rivolse D'Alterio per consumare l'estorsione in favore del suo protetto. Quindi mentre gli esecutori materiali dell'estorsione tra ambulanti stanno già pagando per questi fatti al cospetto della Giustizia, gli investigatori della Polizia hanno approfondito la vicenda per accertare le responsabilità dei mandanti e l'indagine che ne è scaturita ha permesso agli inquirenti della Procura antimafia romana di ottenere un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, eseguita ieri dalla Questura di Latina. Indagati per tentata estorsione e atti di illecita concorrenza aggravati dal metodo mafioso, l'imprenditore ittico di 49 anni Maurizio De Santis è finito in carcere e Giuseppe D'Alterio di 65 anni è stato raggiunto dalla misura cautelare degli arresti domiciliari, stesso regime con cui sta scontando altre pene per vecchi reati, essendo incompatibile col carcere per motivi di salute. Domiciliari anche per il giovane Giuseppe Montella, terracinese di 28 anni, all'epoca dipendente di De Santis, accusato di averlo spalleggiato, ma senza l'aggravante del 416 bis.

Una delle vittime dell'estorsione finalizzata all'illecita concorrenza aveva già reso dichiarazioni agli investigatori nel 2016, durante l'indagine che ha portato agli arresti dell'operazione Alba Pontina contro il clan Di Silvio due anni dopo. Ma i poliziotti della Squadra Mobile di Latina, supportati dal Servizio Centrale operativo e dalla Mobile di Roma, hanno continuato a indagare sulla vicenda perché, se in un primo momento sembrava che l'iniziativa dell'estorsione fosse riconducibile soprattutto a Pugliese e Riccardo, ora pentiti, era forte il sospetto che a differenza di altre circostanze non avevano inventato l'estorsione di sana pianta, ma poteva essere stati incaricati da qualcuno.

Un chiarimento lo ha fornito Armando Riccardo iniziando la collaborazione con la giustizia dopo l'operazione Alba Pontinia. In linea con quanto già detto da Pugliese che lo aveva preceduto nel pentimento tirandolo in ballo in alcune vicende come questa, ha svelato in maniera chiara che era stato Giuseppe D'Alterio a chiedere l'aiuto di Armando "Lallà" Di Silvio per l'estorsione al mercato di Latina e questi poi aveva incaricato i suoi affiliati Riccardo e Pugliese di consumare le minacce ai danni dei concorrenti di De Santis, consumando l'estorsione. Ma dopo i loro arresti, l'ambulante fondano aveva continuato a intimorire almeno uno dei concorrenti nei mercati settimanali del capoluogo pontino e di Cisterna, come ha confermato la vittima quando nell'ottobre del 2020 è stata convocata dalla Polizia per approfondire le dichiarazioni del secondo pentito.

Le nuove dichiarazioni del commerciante taglieggiato, non hanno fatto altro che confermare quanto rivelato da Riccardo. Perché le minacce erano continuate da parte del vicino di bancarella che aveva commissionato la prima estorsione. Quasi giornalmente, la vittima era stata intimorita con frasi del tipo «Tu non sai chi sono io!» e «Devi andare via da qua!» senza fare mistero delle coperture mafiose sostenendo più volte «...io sono coperto dai D'Alterio e tu non hai capito chi sono io...». Minacce che in diverse circostanze erano state replicate anche da uno dei dipendenti di De Santis, vale a dire il giovane Giuseppe Montella. Circostanze confermate anche da alcuni dipendenti e congiunti dello stesso ambulante bersagliato dalle minacce.
Questa vicenda conferma una volta per tutte l'abilità delle famiglie mafiose di infiltrarsi tra gli operatori economici in apparenza estranei alla criminalità, che ne subiscono in qualche modo il fascino.