Sono diversi i passaggi dell'ordinanza di custodia cautelare che tratteggiano le modalità d'azione del clan capeggiato da Giuseppe Romolo Di Silvio. A descrivere il clima di terrore e di assoggettamento ci pensano le vittime preoccupate di eventuali ritorsioni. La ricerca del denaro in alcuni momenti storici dei Di Silvio serve per sostenere i familiari che sono in carcere, osservano gli inquirenti. Ecco il racconto del proprietario di una attività commerciale ascoltato dalla polizia. «Le richieste di denaro sono iniziate quando la famiglia Di Silvio è stata oggetto di indagine ed i suoi componenti arrestati». La vittima prova anche a quantificare. «Negli anni avrò elargito alla famiglia Di Silvio vista la loro assiduità nel richiedere il denaro circa diecimila euro o forse più, questo nell'arco di dieci anni. Più volte ho tentato di allontanarli con modi cordiali ma i miei tentativi non hanno sortito alcun effetto. Non li ho mai affrontati in modo più incisivo - è il racconto della vittima - perchè conoscendo la loro fama criminale voglio evitare eventuali ritorsioni». E' un passaggio chiave del provvedimento. ll gip mette in evidenza un altro elemento di primo piano. «Per minacciare i componenti dell'associazione non hanno più bisogno di minacciare in modo esplicito essendo sufficiente utilizzare il nome della famiglia Di Silvio». C'è il caso ad esempio di un ristoratore che cerca di sottrarsi all'imposizione di Costantino Di Silvio detto Costanzo che con tono minaccioso chiama al locale per un tavolo e al telefono esclama «Sono Costantino da Latina...Ohhh! Di Silvio». Oppure in una altra circostanza è Romolo che incita il cognato a rivolgersi ad un imprenditore in questo modo perentorio e minaccioso. «Gli dai uno schiaffo in faccia e gli dici io sono Di Silvio ohh».

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