Cronaca
27.10.2021 - 21:00
Giuseppe «Romolo» Di Silvio, al quale il pentito Renato Pugliese ha affibbiato il soprannome di Scarface, è l'uomo che undici anni fa aveva ideato e posto in essere la cosiddetta «guerra criminale», la strategia che avrebbe dovuto portare il sodalizio appena stretto tra le due famiglie rom dei quartieri Gionchetto e Pantanaccio, i Di Silvio e i Ciarelli, ad esercitare il pieno controllo sulle attività illecite dell'intero territorio di Latina.
Un disegno che aveva radici lontane, risalenti all'anno 2003, all'indomani dell'attentato di Capoportiere costato la vita al fratello di Romolo, Ferdinando Di Silvio, all'epoca leader indiscusso della famiglia di Campo Boario.
La sera stessa del 25 gennaio 2010, tredici ore dopo il tentato omicidio di via Pantanaccio, un commando armato uccideva Massimiliano Moro all'interno della sua abitazione in Largo Cesti nel quartiere Q4. Soltanto quest'anno, grazie alla testimonianza autoaccusatoria di Andrea Pradissitto, si è avuta la certezza sulla regia e la partecipazione dei Di Silvio per l'omicidio di Massimiliano Moro.
Ma quello era stato soltanto il primo episodio di una vendetta che esigeva altre puntate, altre vittime. Sangue chiama sangue, il 26 gennaio 2010, meno di ventiquattro ore dopo l'assassinio di Moro, in Via Monte Lupone, nel quartiere Gionchetto, feudo della famiglia guidata da «Scarface», Romolo Di Silvio e il nipote «Patatone» uccidevano Fabio Buonamano, per ragioni mai definitivamente chiarite. Una di queste, potrebbe essere la seguente: in buoni rapporti con i Di Silvio, ed essendo al contempo legato all'ambiente frequentato da Moro e alle persone ritenute responsabili dell'attentato del 2003 sul lungomare di Capoportiere, Fabio Buonamano avrebbe potuto fare da esca per arrivare a vendicare l'uccisione di Ferdinando. Ma «Bistecca» era un giovane di carattere e non si sarebbe piegato a una porcheria del genere. Forse ne era nato un diverbio degenerato poi nell'omicidio di Buonamano.
Quel pomeriggio, Romolo e «Patatone» erano stati visti allontanarsi con Fabio Buonamano, e la polizia aveva impiegato meno del previsto per risalire agli autori dell'esecuzione di via Monte Lupone. I sogni di grandezza di Giuseppe Romolo Di Silvio e del nipote si sarebbero infranti con la latitanza e poi con la detenzione, infine con le condanne che ancora li tengono in carcere.
A prendere il loro posto, e la leadership del gruppo rom, il nucleo familiare di Armando «Lallà» Di Silvio, forte di una discendenza filiale molto nutrita e agguerrita, spregiudicata e anche crudele.
Altre inchieste sarebbero poi arrivate a sfiancare la famiglia Di Silvio, che nel frattempo, in forza della modalità mafiosa con cui poneva e continua a porre in essere le proprie attività illecite, avrebbe guadagnato anche lo status di clan.
Gli arresti di ieri mattina danno la misura di quanto l'araba fenice del clan Di Silvio sia in grado di rigenerarsi, ma testimoniano anche della capacità dei leader della famiglia di dettare le regole, determinare i ruoli e impartire i compiti anche stando dietro i muri di un carcere. Giuseppe Romolo Di Silvio resta il capo indiscusso anche per le trentatré persone colpite ieri dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
Giuseppe Romolo ha dovuto lasciare a casa, in via Moncenisio, il trono in velluto rosso e lo schienale barocco in similoro, ma anche stando seduto nel cortile di un carcere riesce a mantenere l'autorità e il carisma che gli sono valsi l'appellativo di «Scarface».
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