Lasciate alle spalle le conseguenze giudiziarie dell'inchiesta Don't touch, Gianluca Tuma non ha perso troppo tempo e ha subito ricominciato a lavorare sotto traccia per imbastire una nuova rete di prestanome e società, mettendo le mani su una realtà commerciale utile, ai suoi occhi, per inseguire l'ambizione di ramificare e moltiplicare i propri affari. Un'indole imprenditoriale alimentata con la stessa prepotenza che da giovane gli aveva permesso di farsi le ossa negli ambienti della criminalità locale e scalare i vertici del narcotraffico prima di reinventarsi: è bastato un passo falso, il ricorso ai metodi forti per regolare una questione, a catalizzare nuovamente su di lui l'attenzione degli investigatori della Polizia. Ne è scaturita un'inchiesta che ieri ha portato al suo arresto nell'ambito di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere che tira in ballo anche il fratello Gino Grenga, consolidato nel ruolo di prestanome, e il fedele collaboratore Stefano Mantovano, implicati più degli altri indagati nella fittizia intestazione delle attività imprenditoriali, come nelle azioni di forza necessarie per condizionare l'esito degli affari a vantaggio del dominus.

L'indagine avviata dalla Squadra Mobile di Latina dopo la denuncia di un uomo vittima di tentata estorsione in un clima di pesanti minacce, ha permesso di scoprire che Gianluca Tuma aveva ripreso proprio lì dov'era stato interrotto con l'arresto di cinque anni prima, con tutti gli artifizi necessari per aggirare la sorveglianza speciale, la misura di prevenzione adottata nei suoi confronti dal Tribunale di Roma, su richiesta della stessa Questura, alla luce delle condotte emerse con le ultime inchieste che lo avevano coinvolto. Appunto Don't touch, oltre a quella romana sulla cricca degli appalti dell'Enac che aveva fatto emergere, prima ancora, la condivisione degli interessi economici con l'imprenditore Massimiliano Mantovano (estraneo a quest'ultimo procedimento), fratello di Stefano arrestato ieri proprio con Tuma. Perché la sorveglianza speciale, oltre a imporre una serie di limitazioni e obblighi negli spostamenti come nei comportamenti, possibilmente lontano da soggetti con precedenti penali, vieta l'accesso a licenze o autorizzazioni di polizia e di commercio, oltre che una lunga serie di concessioni di pubbliche forniture e servizi.

Il quadro indiziario raccolto dagli investigatori del questore Michele Maria Spina con attività tecniche come intercettazioni, ma anche riscontri tradizionali come verifiche documentali e appostamenti, ha permesso al sostituto procuratore Antonio Sgarrella di chiedere e ottenere, per i tre principali indagati, l'ordinanza di custodia cautelare adottata dal giudice per le indagini preliminari Giuseppe Cario. Dopo tutto il lavoro svolto dai detective della Polizia non fa altro che corroborare, in maniera oggettiva, la portata delle testimonianze raccolte.
Il focus investigativo sugli interessi di Gianluca Tuma ha permesso prima di tutto di accertare come fosse riuscito, in maniera subdola, ad assumere il controllo della paninoteca Le Streghe di via Aprilia a Latina, riuscendo a soggiogare il giovane che aveva ereditato la gestione dello storico locale, dai vecchi proprietari, dopo esserne stato un dipendente. Quando il marchio di quel locale sembrava trainante, Tuma aveva poi fatto ricorso ai prestanome per avviare una rete di attività commerciali satelliti, probabilmente con l'ambizione di moltiplicare i ricavi. Erano sorte così attività simili a quella di Latina anche a San Felice Circeo, a Terracina e a Roma che poi dovevano confluire i ricavi nella società madre, una sorta di piccola holding.

Oltre agli arresti, il giudice Giuseppe Cario ha disposto il sequestro preventivo per cinque società e i rispettivi conti correnti, per un volume d'affari di diverse decine di migliaia di euro, nominando quindi un amministratore giudiziario che avrà il compito di traghettarle in questa delicata fase.

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