Ultimo atto ieri pomeriggio in Tribunale davanti al giudice Giorgia Castriota del processo dell'operazione Ascaris che aveva portato alla scoperta di un giro di permessi di soggiorno facili in cambio di soldi. Il sistema molto collaudato e che sembrava perfetto, era stato smascherato nel corso di una indagine condotta dalla Digos. L'inchiesta aveva coinvolto anche un dipendente della Prefettura, il cui iter giudiziario è stato diverso e il processo per lui e altri imputati è al dibattimento mentre due imputati, entrambi stranieri, ieri sono stati processati e hanno scelto riti alternativi ed è arrivata la sentenza. Il ruolo - secondo gli inquirenti - era di primo piano come è emerso anche nel corso della sua requisitoria, il pubblico ministero Daria Monsurrò, titolare dell'inchiesta, aveva chiesto la condanna a sei anni di reclusione per Afzal Muhammad, 33 anni, pachistano, difeso dagli avvocati Angelo Palmieri e Gian Luca La Penna.

In aula il magistrato inquirente ha ricostruito tutta l'inchiesta e alla fine ha tirato le somme relative alla posizione di Afzal nei cui confronti erano contestate anche due aggravanti per una pena che può arrivare anche fino a 15 anni. I difensori nel corso dell'arringa hanno cercato di scardinare le accuse e di sconfessare l'impianto investigativo che aveva pienamente retto anche davanti ai giudici del Tribunale del Riesame. Al termine della camera di consiglio il giudice ha emesso la sentenza e ha condannato Afzal Muhammad alla pena di tre anni mentre l'altro imputato ha patteggiato la pena di due anni di reclusione, si tratta di Kumar Munish 41 anni, difeso dagli avvocati Alessia Vita e Valentina Sartori. Secondo l'accusa rappresentavano una specie di «gancio» con la comunità straniera ed erano un punto di riferimento per diversi braccianti agricoli residenti in Italia per i permessi di soggiorno. Nel provvedimento restrittivo firmato dal gip Mario La Rosa eseguito nel giugno del 2020 è venuto alla luce il ruolo di Munish Kumar che tramite alcuni stranieri tra cui Muhammad Afzal e Devender Singh Nanda, (per quest'ultimo l'iter processuale è stato diverso), Kumar in cambio di 500 euro era in grado di preparare la documentazione per consentire la regolarizzare dei connazionali che volevano stabilizzarsi in Italia. La procedura poteva contare su documentazione falsa, prodotta solo ed esclusivamente per raggiungere questo obiettivo grazie al quale era possibile lucrare sull'ingresso degli indiani.