L'inchiesta "videosorveglianza", che ha investito il Comune di Minturno, è scaturita da una approfondita indagine condotta dagli uomini del Gruppo della Guardia di Finanza di Formia. Infatti i militari comandanti dal tenente colonnello Luigi Galluccio, dopo aver raccolto alcuni elementi ed intercettazioni telefoniche, hanno acquisito le due determine da cui è scaturita l'accusa di turbata libertà degli incanti in concorso nei confronti del sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, dell'ex comandante della Polizia Locale, Mario Vento, dell'ingegnere Laura Mancini e all'amministratore di fatto della società che installa impianti di videosorveglianza, Marcello Arnone, militare appartenente alle Fiamme Gialle di Formia, che, secondo quanto accertato dagli inquirenti, detiene il 40% delle quote della società "A.M Tecnologia e sicurezza", che ha poi posizionato gli apparecchi video. L'indagine, coordinata con l'autorità giudiziaria del Tribunale di Cassino, sarebbe scaturita nell'ambito di una serie di controlli sulla legittimità delle assegnazioni degli appalti.

E infatti sembra che anche altri Comuni siano già stati oggetto di accertamenti. In seguito a questi controlli, le Fiamme Gialle di Formia avrebbero individuato questa società riconducibile al brigadiere Marcello Arnone ed hanno ulteriormente approfondito gli accertamenti, a conferma della massima trasparenza e della volontà di non fare sconti a nessuno. Ad indagini terminate è stata consegnata una dettagliata documentazione al Sostituto Procuratore cassinate, Chiara D'Orefice, che, l'altro giorno, ha emesso le informazioni di garanzia e l'avviso di conclusione delle indagini. Per la magistratura, come già riferito ieri, gli indagati avrebbero, in concorso tra loro, impedito la gara per l'ampliamento del sistema di videosorveglianza del Comune di Minturno, consentendo alla società di essere scelta quale ditta esecutrice dei lavori previsti dal progetto "Smart tecnology for Minturno's Security", tramite affidamenti diretti sotto la soglia di quarantamila euro. Per gli investigatori esisterebbero dei preventivi accordi tra gli indagati, volti ad assicurare alla società succitata l'affidamento dei lavori, con presunti "mezzi fraudolenti consistiti in un artificioso frazionamento del valore dei contratti relativi ai lavori di potenziamento e ampliamento del sistema di videosorveglianza". In pratica la somma indicata nelle due determine complessivamente era di 61mila euro ed essendo quindi oltre i 40mila euro, sarebbe stata necessaria l'indizione di un bando di gara e non la divisione dell'importo con successivo affidamento diretto.