L'accusa ha retto. Sono stati tutti condannati gli imputati del processo Movida, una costola dell'inchiesta Scarface, condotta dalla Squadra Mobile e che aveva portato al clan Di Silvio riconducibile a Giuseppe Romolo.
Ieri davanti al giudice del Tribunale di Roma Angela Gerardi si è concluso il processo per gli imputati che sono stati processati con il giudizio abbreviato. Il magistrato ha accolto in pieno la ricostruzione del pm Luigia Spinelli, titolare dell'inchiesta.
Nove anni di reclusione per Antonio detto Patatino Di Silvio, rispetto ai dieci anni chiesti nel corso della requisitoria e poi sei anni e quattro mesi per Costantino detto Costanzo Di Silvio, cinque anni e quattro mesi per Fabio Di Stefano, quattro anni e otto mesi per Massimiliano Tartaglia, sei anni per Luca Pes e infine due anni e quattro mesi per Mario Guadagnino.

Erano difesi dagli avvocati Maurizio Forte, Luca Amedeo Melegari, Carla Bertini, Arcangela Campilongo, Michela Tortorici.

I reati ipotizzati a vario titolo nell'indagine - portata a termine nel dicembre del 2020 dagli agenti della Squadra Mobile di Latina - sono diversi, oltre al vincolo associativo estorsione aggravata dal metodo mafioso e poi violenza privata. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti, i Di Silvio puntavano ad avere il predominio del controllo dello spaccio nella zona della Movida a Latina grazie al forte potere di intimidire. L'impianto accusatorio aveva pienamente tenuto anche al Riesame tranne che per due capi nei confronti di Costanzo Di Silvio. Agli atti dell'inchiesta alcune minacce nei confronti delle vittime. «Se vuoi continuare a lavorare in questa zona devi pagare», era stata una delle richieste estorsive all'indirizzo di un commerciante del capoluogo. E poi. «Porto una tanica di benzina e do fuoco al locale e a tutti voi». In questa inchiesta - secondo l'accusa - erano finite le estorsioni aggravate dal metodo mafioso che servivano per allargare la rete di ricatti e minacce. Nel provvedimento restrittivo il giudice aveva messo in rilievo la condizione di assoggettamento ed omertà delle vittime per la riserva di violenza di cui dispone la famiglia. In questa inchiesta ci sono anche le dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia Maurizio Zuppardo ed Emilio Pietrobono.

Gli inquirenti avevano messo in luce il potere dei Di Silvio. «L'utilizzo di un metodo tipicamente riconducibile alle mafie tradizionalmente intese, e caratterizzato dalla prospettazione di ogni ritorsione alle vittime in chiave "plurale", dal riferimento esplicito al clan quale segno di appartenenza al sodalizio». Una prospettazione pienamente accusa ieri dal giudice che ha emesso la sentenza. Tra